Un Leonardo da Vinci inaspettato nel restauro di Cinzia Pasquali

L'Atelier Arcanes

L'atelier Arcanes

di Fabio Falzone

Solo quattro persone al mondo hanno avuto l’onore di toccare con mano le pitture di Leonardo per riportarle allo splendore originale. Fra queste, Cinzia Pasquali. Ce lo racconta nel suo atelier Arcanes a Parigi, il più grande e all’avanguardia di Francia. Nel cv della restauratrice romana diplomata all’ISCR (Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro) si annoverano la Galleria di Apollo al Louvre, la Galleria degli Specchi a Versailles e le pitture del Duomo di Napoli. Ma anche importanti opere di Bronzino, Ribeira e di artisti contemporanei come Jean-Michel Basquiat e Giuseppe Penone. Non ultimo è l’intervento sulla celebre S. Anna di Da Vinci, che mette la Pasquali in pole position per un eventuale restauro della Gioconda, sulla parete più visitata e fotografata del Louvre.

L'atelier Arcanes

L’atelier Arcanes

Come hai intrapreso questo mestiere?
Ho disegnato fin da bambina, perché appassionata dalle opere, dal loro aspetto estetico che mi piaceva riprodurre, più che per un istinto puramente creativo.
A 16 anni, saputa dell’esistenza dell’ISCR, una scuola di restauro molto selettiva che ai tempi immatricolava solo 13 studenti all’anno, ho deciso di passare il concorso. Dopo la maturità, al secondo tentativo sono passata e da allora ho iniziato a studiare, poi a lavorare, senza più cambiare strada.

Chi sono stati i tuoi maestri?
Di certo Giovanni Urbani e Michele Cordaro, storici dell’arte ed ex direttori dell’ISCR. Aggiungo Cesare Brandi, colui che ha inventato il restauro scientifico: il suo libro del ’63, Teoria del restauro, è tutt’oggi uno dei punti di riferimento assoluti nell’ambito della disciplina. Infine i coniugi Paolo Mora e Laura Sbordon, restauratori all’ISCR. Oggi, purtroppo, tutti questi maestri sono scomparsi.

La scuola di restauro italiana è ancora un punto di riferimento nel mondo?
Nasce alla fine degli anni 30 ed è la scuola più antica e la migliore d’Europa. Quella francese, seconda per storia, nasce negli anni 70. Parte da una riflessione che ha radici nell’archeologia, nella storia dell’arte e ha un approccio scientifico. Per chi vuole formarsi, l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma e l’Opificio di Firenze restano dei punti di riferimento. Accolgono molti borsisti da tutto il mondo, che dovranno seguire i corsi in italiano. L’ISCR è impegnato anche nella creazione di scuole all’estero, perché fuori dall’Europa non c’è cultura del restauro. Quando lo frequentavo io, era già palpabile il senso di responsabilità e il bisogno di diffondere questa cultura.

Atelier Arcanes, riflettografia a infrarossi di "Donna addormentata" (anonimo)

Atelier Arcanes, riflettografia a infrarossi di “Donna addormentata” (anonimo)

Com’è lo stato della critica dell’arte in Italia?
In Italia abbiamo eccellenti storici e critici d’arte. Io credo davvero siano fra i migliori in assoluto. Purtroppo manca la struttura e la cultura manageriale per sostenerli.

Arcanes è il nome del tuo laboratorio. Ha un significato particolare?
L’idea del nome è di Véronique Sorano Stedman, la mia ex-socia che ora dirige il centro di restauro del Centre Pompidou. L’acronimo sta per Associazione Restauro Conservazione Analisi e Studi (études, in francese). Ma Arcanes vuole evocare anche l’emozione della scoperta dello sconosciuto, dell’arcano, appunto. L’investigazione e la diagnostica sono infatti il cuore del nostro mestiere, prima di iniziare il trattamento.

In Francia esistono strutture di restauro grandi come la tua?
No, qui in Francia la cultura del restauro è relegata soprattutto ad atelier di singoli professionisti.

Qual è la tua filosofia del restauro?
Conservare e trasmettere sono le due principali missioni di un restauratore. Le interpretazioni sono molte. Per me restaurare significa tramandare un’opera valorizzando l’originale e dando lo stesso rilievo alla presentazione estetica e alla conservazione della materia.

Cerchi sempre di entrare nella testa dell’artista?
Quando arriva un’opera significa che ha un problema, come un paziente che si siede sul lettino del dottore. Ogni buon medico cerca di capire i sintomi e analizzare la storia famigliare del paziente. Allo stesso modo il restauratore deve esaminare e capire il processo creativo – ovvero il disegno preparatorio e la sovrapposizione di livelli – relativo all’opera, ma anche la tecnica e la materia pittorica originale.
Si può entrare nella testa di un autore, ma significa farlo in modo scientifico e non romantico, per evitare errori.

"Sant'Anna" di Leonardo da Vinci prima del restauro

“Sant’Anna” di Leonardo da Vinci prima del restauro

"Sant'Anna" di Leonardo da Vinci prima del restauro, particolare

“Sant’Anna” di Leonardo da Vinci prima del restauro, particolare

Gli aspetti più sorprendenti sull’opera di Leonardo che hai appreso dal restauro?
L’incompiuto. Tranne alcune opere della giovinezza – il Musico o la Belle Ferroniere – moltissimi lavori di Leonardo non sono finiti. Il restauro ha evidenziato che anche la Sant’Anna, iniziata nel 1501 e modificata senza sosta fino al 1519, anno della sua morte, è rimasta incompiuta. C’è un’insoddisfazione che lo perseguita: vorrebbe riuscire a riprodurre la natura alla perfezione, ma non riesce. Leonardo ha molte teorie scientifiche in testa che cerca di rappresentare. È interessante aver scoperto come un pittore così razionale disegnasse con una tecnica manuale – lo “sfumato” è fra queste – che mi ha permesso di vedere e toccare le sue impronte digitali impresse sul dipinto. Un’emozione grandissima.

Puoi spiegarci meglio cos’è lo “sfumato”?
È quella tecnica di passaggio dall’ombra alla luce, fatta di velature progressive, in cui Leonardo era inimitabile. I contorni delle figure si fondono in modo impercettibile, con tenui gradazioni di luce. Leonardo perfeziona questa tecnica, staccandosi dal primato del disegno netto che aveva dominato il Quattrocento Italiano. Nella sua pittura i passaggi dal chiaro allo scuro sono impercettibili, anche al microscopio non si vede traccia di pennello. Questo ci ha portato a credere che Da Vinci stendesse i colori con i suoi stessi polpastrelli, ottenendo una luminosità soffusa e un’atmosfera avvolgente come nella Monna Lisa.

Secondo te da dove viene questo suo senso d’insoddisfazione?
Come possiamo notare dalla fattura degli alberi Sant’Anna, Leonardo vorrebbe riprodurre ogni elemento della natura nel modo più preciso possibile. È uno dei primissimi a volere tradurre la fisica in pittura. L’aria vicina alla terra, faceva notare l’artista nel suo Trattato della pittura, è più grossa di quella superiore, che è più rarefatta. Sono tutte teorie scientifiche vere, intuizioni geniali, ma la riproduzione perfetta di un’immagine è solo un’illusione che non riuscirà a raggiungere.

"Sant'Anna" di Leonardo da Vinci durante il restauro

“Sant’Anna” di Leonardo da Vinci durante il restauro

"Sant'Anna" di Leonardo da Vinci durante il restauro

“Sant’Anna” di Leonardo da Vinci durante il restauro

"Sant'Anna" di Leonardo da Vinci durante il restauro

“Sant’Anna” di Leonardo da Vinci durante il restauro

Infatti, come dicevi, la sua azione artistica era molto manuale, imperfetta per definizione…
Esatto. Lo vediamo dallo “sfumato”, ma anche dal suo cosiddetto “disegno inconsulto”. Leonardo lasciava andare la mano in modo non controllato, spontaneo. L’idea era di lasciare il disegno nascere dalla parte meno controllabile di stesso, per poi tradurlo in una forma. Dai suoi studi scopriamo il modo ossessivo di ricercare la perfezione, fatto di dense e piccole nuvole di scarabocchi, condensati di correzioni e ripassi. Il modellino della Sant’Anna ne è un esempio.

Quali sono le opere con cui hai un legame più forte?
Sicuramente la Galleria d’Apollo al Louvre, la prima grande galleria che ho restaurato in Francia, e poi la Galleria degli Specchi a Versailles. La prima per la bellezza estetica e il valore artistico, la seconda per dimensione storica. La Galleria d’Apollo raduna il meglio della pittura francese del XVII, XVIII e XIX secolo. La Galleria al Louvre è stata chiusa per 18 mesi, il tempo di restaurarla grazie al sostegno dello sponsor Total.
Ci sono voluti invece 3 anni (divisi in due fasi) per Galleria degli Specchi, restaurata con lo sponsor Vinci. Tutti i potenti della Terra sono venuti a vedere il lavoro di restauro. È stata una grande esperienza, anche a livello di esposizione mediatica.

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"Sant'Anna" di Leonardo da Vinci dopo il restauro, particolare

“Sant’Anna” di Leonardo da Vinci dopo il restauro, particolare

"Sant'Anna" di Leonardo da Vinci dopo il restauro

“Sant’Anna” di Leonardo da Vinci dopo il restauro

In Italia ci sono molte opere che richiedono interventi urgenti?
Molte, Pompei su tutte. L’Italia ha avuto a disposizione da decenni di un’enormità di fondi europei, ma non ha saputo gestirli. C’è inoltre una lista lunghissima di quadri a Roma e Firenze. E molto altro ancora.

Hai parlato anche di sponsor che finanziano i restauri. In Italia non è così…
In Italia non c’è una vera legislazione di mecenatismo. La Francia ha capito che lo sgravio fiscale dell’impresa è fondamentale, noi ancora no. In Francia, se uno sponsor finanzia un restauro o l’acquisizione di un’opera d’arte, avrà uno sgravio fiscale rispettivamente del 60% e del 90% e un enorme ritorno di comunicazione.

La Gioconda in che stato è?
Per noi un quadro in cattive condizioni è un quadro che ha uno stato di conservazione critico. Purtroppo La Gioconda è in buono stato [dice ridendo]. È solo molto sporca.

"Compianto su Cristo morto" di Agnolo Bronzino durante il restauro

“Compianto su Cristo morto” di Agnolo Bronzino durante il restauro

"Compianto su Cristo morto" di Agnolo Bronzino durante il restauro, particolare

“Compianto su Cristo morto” di Agnolo Bronzino durante il restauro, particolare

"Compianto su Cristo morto" di Agnolo Bronzino dopo il restauro

“Compianto su Cristo morto” di Agnolo Bronzino dopo il restauro

Durante il restauro della Mona Lisa cosa succederà?
Sicuramente opera e restauratore verranno rinchiusi dentro una cupola di vetro per un restauro visibile al pubblico. Il Louvre non può privare i visitatori di un tale capolavoro per troppo tempo. Sarà un’avventura straordinaria e occasione di visibilità mediatica pazzesca. Penso che molti sponsor vorrebbero partecipare all’operazione e si batterebbero per avere questa possibilità.

E tu, ovviamente, sarai in gara per il restauro come Arcanes?
Certo, qualora il Louvre deciderà di restaurarla.

Parliamo un po’ di questioni tecniche. Quali sono state le evoluzioni più importanti nel restauro dal punto di vista della strumentazione?
Le tecniche di pulitura fatte con micro-emulsioni o gel. Le emulsioni e i gel hanno il vantaggio di tenere il solvente (l’agente pulitore) in sospensione sopra la superficie. Limitano così la penetrazione nella materia originale, abbattendo di conseguenza il pericolo di alterare la pellicola pittorica. Questa credo sia l’invenzione più grande e viene dagli Usa.

E dall’Italia?
L’Italia è un’eccellenza mondiale nella diagnostica non invasiva applicata alle opere d’arte. È una branca di ricerca che viene dalla medicina, una delle rare in cui l’Italia è all’avanguardia, e che applica alla storia dell’arte.
Iperion, per esempio, è un progetto europeo sviluppato dal fisico italiano Luca Pezzati del CNR di Ottica di Firenze, che fra le altre funzioni permette di sorvegliare i beni culturali a rischio (come le mura di Pompei) e di allertare subito sui possibili cedimenti strutturali. Altra realtà importante è il MOLAB, un laboratorio mobile sviluppato dall CNR-ISTM e dal Centro di Eccellenza SMAArt, di Perugia, attualmente il punto di riferimento internazionale della diagnostica non invasiva. Infine c’è il Laboratorio di Diagnostica di Spoleto, nell’ambito del progetto di restauro e rifunzionalizzazione del complesso monumentale della Rocca di Albornoz, sul colle S. Elia di Spoleto.
Oggi, oltre alla captazione a infrarossi e agli scanner, esiste anche la radiofrequenza tridimensionale, tecnologia meravigliosa con cui si può praticamente “sfogliare” virtualmente un manufatto.

Non hai mai avuto paura di sbagliare?
No. Sono come un chirurgo, che non può avere paura. Quando restauro dimentico sempre di avere un paziente famoso sotto il bisturi.

"Giovane donna e il suo spasimante" di Bernardo Licinio prima del restauro, particolare

“Giovane donna e il suo spasimante” di Bernardo Licinio prima del restauro, particolare

"Giovane donna e il suo spasimante" di Bernardo Licinio, rilevamenti grafici

“Giovane donna e il suo spasimante” di Bernardo Licinio, rilevamenti grafici

"Giovane donna e il suo spasimante" di Bernardo Licinio dopo il restauro, particolare

“Giovane donna e il suo spasimante” di Bernardo Licinio dopo il restauro, particolare

"Donna sdraiata" di Simon Vouet (attrib. a Charles Mellin) in restauro

“Donna sdraiata” di Simon Vouet (attrib. a Charles Mellin) in restauro

"Donna sdraiata" di Simon Vouet (attrib. a Charles Mellin) in restauro, particolare

“Donna sdraiata” di Simon Vouet (attrib. a Charles Mellin) in restauro, particolare

20-Atelier-Arcanes-restauro

February 25, 2015