L’Eremo di San Bartolomeo e il destino di Pietro del Morrone

Quando Pietro del Morrone iniziò a restaurare l’antico Eremo di San Bartolomeo, nel massiccio della Majella, in Abruzzo, non poteva nemmeno lontanamente immaginare quale sarebbe stato il suo destino. Il suo desiderio era in quel momento il nascondimento, la preghiera eremitica, il distacco dal mondo esterno, la “fuga saeculi”.

Era prete da una decina d’anni e aveva da poco fondato una congregazione religiosa.

L’antico monastero che stava rimettendo in sesto era incassato nella roccia, a settecento metri d’altezza, e la sua edificazione risaliva all’XI secolo.

Negli anni successivi, la fama di santità di Pietro si era propagata ovunque, ma il suo desiderio di solitudine cresceva di giorno in giorno. E San Bartolomeo era uno dei suoi rifugi preferiti dove poteva dedicarsi alla vita di preghiera e di silenzio cui agognava.

Chissà cosa avrà pensato quando, nel 1294, a quasi ottant’anni, fu chiamato a Roma per essere eletto Papa.

Dopo un lungo conclave, i cardinali avevano infatti deciso di affidare la Chiesa alla guida dell’eremita, che si fece chiamare Celestino V. Regnò dal 29 agosto al 13 dicembre 1294, quando rinunciò al pontificato (a lui molto probabilmente fa riferimento Dante quando, nel III canto dell’“Inferno” parla di «colui / che fece per viltade il gran rifiuto»). La sua abdicazione fece scalpore e generò reazioni controverse. E anche sulla sua morte, due anni dopo, nel Castello di Fumone, dove era stato imprigionato dal suo successore, papa Bonifacio VIII, scaturirono giudizi e interpretazioni contrastanti.

Dopo la chiamata al Soglio pontificio non tornò più a San Bartolomeo. Qui c’è ancora lo stesso silenzio e la stessa solitudine di allora.

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July 8, 2014

L’Eremo di San Bartolomeo e il destino di Pietro del Morrone

Roccamorice (Pe)