L’altare di Volvinio, corona della Chiesa milanese

Questo servizio sull’altare di Volvinio, nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano, è stato realizzato da Italian Ways grazie alla gentilezza e alla disponibilità di Sua Eccellenza monsignor Erminio De Scalzi, abate parroco, di monsignor Biagio Pizzi, arciprete, e del diacono Jacopo De Vecchi, che hanno consentito a Renato Cerisola di fotografare da vicinissimo, e senza la copertura dello spessissimo schermo di vetro che normalmente lo protegge, questo capolavoro di epoca carolingia. Si tratta, quindi, di immagini fotografiche uniche.

di Giuseppe Frangi

Angilberto, “qui fecit deaurari altare sancti ambrosii”, fu arcivescovo di Milano per ben 35 anni, dall’824 all’859. Fu l’uomo della definitiva pacificazione con i Franchi, nuovi arbitri dell’Impero d’Occidente. L’azione ecclesiale in lui non andava mai disgiunta dall’attenzione politica. Infatti quando commissionò quel capolavoro unico che è l’altare d’oro per la Basilica si Sant’Ambrogio fu molto attento ai dettagli del programma iconografico: ad esempio, nel retro dell’altare, dove si racconta la vita di Ambrogio, volle inserita la miracolosa partecipazione ai funerali del vescovo di Milano di san Martino di Tours, patrono dei Franchi. E Martino stesso compare anche in uno dei due lati dell’altare in mezzo alla sequela di santi della Chiesa ambrosiana.

Della vita di Ambrogio, per le stesse ragioni, Angilberto evitò che si raccontassero gli spinosi episodi di conflitto con il potere imperiale sulla vicenda degli ariani: se doveva essere un “altare della pace”, che lo fosse sino in fondo.

L’intento di Angilberto era quello di consacrare la potenza della Chiesa milanese, “appoggiandola” sulle spoglie del suo santo protettore, proprio come aveva fatto Venezia che nell’826 si era appropriata dei resti di san Marco. Per questo fece alzare il presbiterio della Basilica ambrosiana sistemando nella cripta il corpo di Ambrogio, affiancato dai resti di Gervaso e Protaso, i due martiri che Ambrogio aveva ritrovato nella necropoli contigua.

Angilberto lo vediamo comparire tra i rilievi dell’altare in una posizione decisamente strategica: la sua formella infatti è posta proprio sull’anta che si apre e che mette in comunicazione con la sottostante tomba di Ambrogio. Nella scena si vede Angilberto mentre porge ad Ambrogio il dono dell’altare, un dono così pesante da costringerlo ad una posa sbilanciata e ricurva. Sull’altra anta si presenta invece Volvinio, “phaber” dell’altare, anche lui chino a ricevere la benedizione di Ambrogio.

Se Volvinio fosse davvero l’autore materiale di questo lato dell’altare con le storie del patrono della Chiesa di Milano, significherebbe che siamo di fronte al primo autoritratto della storia. Ma è più probabile che Volvinio sia stato soprattutto l’intellettuale che accompagnò Angilberto nell’impresa nell’ambizioso programma iconografico di questo monumento che non aveva allora paragoni per ricchezza e per bellezza. Di Volvinio non sappiamo nulla: probabilmente era di origini franche, come del resto lo stesso Angilberto. Probabilmente accolse e guidò gli artigiani di cultura ellenizzante che realizzarono il fronte dell’altare, quello tutto in rilievo su lamine d’oro, con le storie di Cristo.

Erano gli anni della drammatica controversia iconoclasta, che si sarebbe chiusa nell’847 e Bisanzio era terreno pericoloso per gli artisti. Arrivando a Milano questi orafi ellenizzanti importano scelte iconografiche elaborate nella cultura bizantina: la Madonna, sia nell’Annunciazione che nella Nascita, è messa su un trono, a rappresentare la sua gloriosa regalità. Invece nella formella della Nascita introdussero un elemento di sorprendente e commovente originalità: dietro la mangiatoia, che è raffigurata, secondo un modello bizantino, come il sepolcro della Resurrezione, un pastore alza le braccia in segno di esultanza quasi calcistica. Del resto è proprio il Vangelo a raccontare che «i pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano visto e udito…» (Lc 2,20).

Nelle Nozze di Cana il racconto è puntiglioso e pur nell’esiguo spazio non salta neanche un passaggio. Le sei giare d’acqua occupano il primo piano, Maria con un gesto deciso invita Gesù ad agire; i servi sono occupati nell’operazione di travaso, mentre sul retro si scorge lo sposo che, seduto sul suo scranno, è intento all’assaggio del vino. Tutto nei pochi centimetri di quella lamina d’oro lavorata a sbalzo.

La messa a Sant’Ambrogio era tradizionalmente celebrata “coram populo”: il lato dell’altare che i fedeli avevano di fronte era il più prezioso, e anche quello dalla narrazione più concitata. Del resto, come aveva stabilito il Sinodo di Parigi dell’815, le immagini sono “quasi Scriptura” e attraverso di loro si può essere condotti alla fede.

Invece il lato dalla parte del celebrante, in argento e non più in oro, è anche stilisticamente diverso: più elegante ed essenziale, ha un ritmo lento e una spaziatura larga, con una bicromia che rende sempre molto leggibili le forme. Ci sono scene di eleganza stupenda, come quella della fuga a cavallo di Ambrogio che non voleva saperne di essere fatto vescovo, e quella del suo richiamo, con l’animale che s’incurva per l’improvvisa retromarcia. Nell’economia della rappresentazione ci potevano stare particolari un po’ spinti, come il sesso dei cavalli, ma, come detto, si doveva sorvolare sugli episodi che raccontavano le tensioni tra il vescovo e i rappresentanti del potere temporale. Così sulla tomba di Ambrogio, il grande Angilberto deposita questo monumentale gioiello che deve simbolicamente riaffermare la fede ma anche la potenza della Chiesa milanese.

Una Chiesa “incoronata” da questo altare, non a caso costellato di meravigliose gemme, di camei e di smalti.

Photos via:

December 15, 2013

L’altare di Volvinio, corona della Chiesa milanese

Milano
Piazza Sant'Ambrogio, 15
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