SILENZI METROPOLITANI

di Paolo Mattei

Lo scorso 13 febbraio è morto a Milano Gabriele Basilico, uno dei più importanti fotografi europei degli ultimi quattro decenni.

Ha raccontato l’anima malinconica delle città e il cuore desertificato delle periferie e delle fabbriche abbandonate, ha intuito il grido metafisico degli spazi urbani sorprendendolo nei fili, nelle insegne, nei cartelli e nelle nude architetture svettanti verso il cielo. Si è fatto osservatore “discente” delle metropoli, in armonia con le parole dell’antico poeta greco Simonide, secondo cui «la città è la maestra dell’uomo».

Nato nel 1944 nel capoluogo lombardo, Basilico, dopo aver studiato architettura, si trova fin dall’inizio della sua carriera vicino agli ambienti dell’editoria di settore, per cui cura una consistente serie di lavori.

L’opera che consolida la sua notorietà è testimoniata nel libro “Ritratti di fabbriche” (Sugarco), del 1982, un grande reportage sulle aree industriali milanesi che l’autore realizza spinto dalla «voglia di sperimentare un linguaggio nuovo, in grande libertà e senza condizionamenti ideologici».

A metà degli anni Ottanta viene invitato dal governo francese, insieme a un team di noti fotografi, a documentare le trasformazioni del paesaggio postindustriale d’Oltralpe nell’ambito della “Mission Photographique de la Datar”. Il risultato del suo contributo a questa iniziativa verrà poi esposto nel 1985 nella mostra collettiva del Palais de Tokyo di Parigi.

Gli anni successivi registrano l’intensificarsi dell’attività del fotografo milanese, che pubblica una serie di libri diventati celebri nel settore. Basti ricordare le raccolte “Italia&France” (Jaca Book), “Paesaggi di viaggi” (Agf), “L’esperienza dei luoghi” (Art&). Fino al famoso reportage libanese “Beirut 1991” (Baldini Castoldi Dalai), sulla città martoriata dai bombardamenti.

Le aree urbane sono i soggetti privilegiati per provare a raccontare la postmodernità: «In tutte le città», ebbe a dire lui stesso, «ci sono presenze, più o meno visibili, che si manifestano per chi le vuole vedere, presenze familiari che consentono di affrontare lo smarrimento di fronte al nuovo».

“Italian Ways” ha chiesto ad alcuni studiosi e artisti di raccontare il proprio rapporto con l’opera di Basilico.

Il fotografo Maurizio Galimberti è stato a lungo suo amico. «Ci legava un grande affetto e una profonda stima reciproca», racconta.

«Recentemente ho riguardato alcune foto di Gabriele. Ebbene, trovo che quelle della “Mission de la Datar” siano delle opere bellissime, paesaggi che ricordano i quadri dei Fiamminghi. Il suo modo di lavorare univa amore e rigore. Le sue fotografie testimoniano il punto di vista dell’architetto rigoroso che prova a raccontare lo spazio così com’è. Il risultato è una straordinaria ricchezza di poesia, che secondo me erompe in modo eminente nelle foto di Beirut. Là c’è tutto il suo dolore nel dover narrare la distruzione. Il silenzio e l’assenza umana di quelle foto ti fa immaginare quanta morte ci sia stata».

Anche il professor Alberto Manodori Sagredo, docente di Storia della fotografia all’Università Tor Vergata di Roma, ama l’opera di Basilico.

«Apprezzo molto il suo sguardo sui volumi architettonici delle città, l’attenzione alla composizione degli equilibri, l’interesse per il design. So con quanta meticolosità lavorava, trascorrendo anche ore prima di cogliere l’attimo dello scatto, attendendo che il suo sguardo potesse trasformarsi in fotografia. Aspettava che le nuvole passassero, che il sole fosse più alto e il vento più intenso…».

Forse aspettava che fosse più alto e intenso anche il silenzio, come nelle foto di Beirut bombardata.

«A Beirut», osserva ancora Manodori, «Basilico riprende una città spettrale, senza esseri umani. In queste foto non c’è il sentimento della distruzione in corso, è un paesaggio molto diverso da quello che, “mutatis mutandis”, Rossellini immortalò a Berlino in occasione delle riprese di “Germania anno zero”. La Beirut di Basilico è lo scheletro di una città abbandonata che assomiglia a un’immagine fantastica di Pompei. Sono d’accordo con chi, pensando all’immobilità delle sue vedute metropolitane, alle fabbriche fatiscenti e prive di vita umana, parla di “fotografia metafisica” richiamando De Chirico. E anche con chi sottolinea l’importanza che ha avuto per lui Eugène Atget, tra i più grandi fotografi del Novecento, il quale ha raccontato in modo magistrale le strade vuote di Parigi. Insomma, Basilico fotografa il teatro dell’uomo quando è vuoto, quando lo spettacolo è finito, quando cala il silenzio».

Un silenzio da cui Mario Botta si sente interpellato. Racconta l’architetto svizzero a “Italian Ways”: «Ogni volta che ho incontrato una fotografia di Gabriele Basilico, ho incontrato un punto interrogativo. Questo mostra come la sua poetica interroghi senza pausa l’architetto. Le sue immagini sondano, il più delle volte impietosamente, i silenzi della città».

Il critico d’arte Achille Bonito Oliva, curatore dell’ultima grande mostra dell’artista milanese, “Elogio della lentezza”, tenutasi a Napoli, a Villa Pignatelli, tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, spiega a “Italian Ways” come Basilico fosse «un grande fotografo che aveva un’etica anche nei confronti del mezzo che adoperava. Un fotografo che esplorava lo spazio più che il tempo, lo spazio della storia, quindi lo spazio abitato disastrato da catastrofi e guerre. Pensando al suo lavoro mi viene in mente Picasso quando parla di un’“arte puntata sul mondo”. Ecco, Gabriele Basilico è stato uno che ha puntato la fotografia sul mondo».

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