Gli obelischi di Roma nelle foto antiche

Per ordine dei faraoni, sovrani dell’Alto e Basso Egitto, figli del dio Ra, con il falco Horus posato sul copricapo, operai specializzati, ben retribuiti, cavavano dalle cave del rosso granito di Assuan i maestosi obelischi, scavandoli con l’aiuto di strumenti di pietra e di zeppe di sicomoro imbevute d’acqua. Cominciavano sulla spianata di roccia delineando a terra la forma dell’obelisco per tutta la sua lunghezza, quella che poi sarebbe stata l’altezza, e lo scavavano, scendendo lungo i fianchi del futuro monumento, attorno alla sua cuspide e alla larga base, calandosi entro stretti corridoi, veri e propri pozzi, fino a raggiungere il limite della futura larghezza dell’obelisco.

Qui avveniva la fase più dura e pericolosa dell’opera, perché si doveva staccare l’obelisco, già libero per tre facce dalla quarta che ancora era tutt’uno con la roccia. Si doveva operare sempre più al di sotto dell’obelisco che avrebbe pesato diverse tonnellate. Finalmente, portata a termine l’operazione, l’obelisco veniva imbracato, sollevato e trascinato alle grandi zattere sul Nilo, dove, sfruttandone la corrente e assicurando il trasporto con funi alle rive, si trasferiva il monumento fino al luogo del tempio, dove, di nuovo imbracato, veniva portato in alto su una rampa di sabbia e  qui, controllato a fatica, fatto scivolare, eretto, sulla base. Quindi, montato un ponteggio di canne, gli scalpellini e gli scribi si disponevano ad incidere gli ideogrammi geroglifici, con le preghiere del faraone a Ra suo padre e alle altre divinità. Preghiere le cui formule si ripetevano con scadenzate varianti, che ne avrebbero assicurato l’efficacia.

Così questi raggi di sole di granito, con una piccola piramide posta sulla loro sommità, legavano il cielo alla terra e viceversa, assicurando al faraone e all’Egitto la protezione degli dei.

Ma la storia dell’Egitto dei faraoni, per quanto millenaria, si è chiusa da tempo e a partire dal primo secolo dell’era cristiana i romani, con Augusto prima e poi con Caligola, provvidero a portare a Roma molti degli obelischi più nobili, perché l’Urbe fosse a sua volta protetta dagli dei, perché il potere imperiale ricevesse l’investitura divina, perché il grande Egitto risultasse vinto e piegato al nuovo impero latino. La moda dell’Egitto, si dice… E infatti altri imperatori eressero obelischi egizi a Roma, a volte non iscritti o segnati con geroglifici di fantasia, come fece fare Domiziano per il tempio della dea Iside costruito in Campo Marzio, fino all’ultimo, maestoso, portato a Roma da Costanzo II ai primi del quarto secolo, quando già Costantinopoli era la seconda Roma.

Sicché oggi a Roma si contano ben quattordici obelischi, mentre in Egitto ne restano solo quattro!

Vediamo così Ramset II inginocchiato davanti a Ra-Osiride sulle quattro facce dell’obelisco di piazza del Popolo, tra la porta berniniana e le chiese gemelle del Rainaldi, mentre intorno stanno le statue di Roma, di Nettuno, delle quattro stagioni e le sfingi di bianco marmo sulle rampe che salgono al Pincio.

Così incontriamo davanti all’antica Loggia delle Benedizioni della cattedrale di RomaSan Giovanni in Laterano, l’alto e poderoso obelisco, eretto in Egitto da Tutmosis III, che l’imperatore Costanzo II volle per l’Urbe dopo averlo, in un primo momento, destinato alla sua Bisanzio.

Entrambi questi obelischi erano stati posti sulla spina del circo Massimo e avevano visto correre migliaia di volte bighe e quadrighe. Poi con la caduta dell’impero, la riduzione demografica di Roma (da un milione di abitanti a circa centomila), con l’abbandono di monumenti non utili alla nuova città cristiana e il loro utilizzo come cava di materiali edilizi, infine con i saccheggi dei barbari invasori, anche gli obelischi, lasciati, come quasi tutti i monumenti in totale abbandono, caddero a terra, colpiti dalle scosse di potenti terremoti.

Giacquero in terreni che col tempo diventarono paludosi. Poi un papa, grande e severo, Sisto V Peretti, ne ordinò il recupero e il trasferimento, curato da Domenico Fontana, nelle due piazze più rappresentative, piazza del Popolo, ove giungevano i pellegrini da Nord, e piazza del Laterano, sede della sua cattedra vescovile.

Come fari e punti topografici di riferimento nel tessuto urbano, i due obelischi si univano al terzo, il più alto, quello portato a Roma da Caligola e posto sulla spina del Circo detto poi di Nerone, quello che, probabilmente, vide il martirio dell’apostolo Pietro, eretto accanto al colle Vaticano, dove il primo vicario di Cristo fu sepolto.

L’obelisco, sempre per ordine di Sisto V, in tre anni di titanica impresa, fu dall’architetto Domenico Fontana sollevato dalla sua base antica, portato davanti alla basilica vaticana e qui posto come un faro che chiama alla sede di Pietro tutta l’umanità, indicando il porto di salvezza, cui Bernini aggiunse la corona del porticato.

Su tutti e tre gli obelischi papa Sisto V, come anche per le due colonne coclidi istoriate di Roma (di Traiano e di Marco Aurelio) e come riportano le iscrizioni incise sulle basi, operò la liturgia dell’esorcismo per cancellarne ogni traccia pagana e perciò diabolica.

(fine prima parte)

Gli obelischi di Roma nelle foto antiche

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