Il Museo Agostinelli e la vertigine della lista

In un angolo dell’affollatissimo Museo Agostinelli, vicino a Roma, c’è un cartiglio con un aforisma, attribuito a Benjamin Franklin, che recita: «Ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa».

Qui si capisce come sia molto facile trasgredire questa esortazione. Ci sono migliaia di oggetti che Domenico Agostinelli raccoglie e conserva dagli anni Cinquanta. Naturalmente lui li ha classificati, e continua ogni giorno a trovare loro un posto, con una pazienza da anacoreta: più di quattrocento sono le collezioni in cui li ha divisi. Collezioni le più varie: cavastivali, lettere autografe (ce ne sono di Garibaldi e Mazzini), strumenti medici, animali impagliati, libri (c’è quello più piccolo del mondo), cannocchiali, cartoline, cappelli. Un complesso dedalo di classificazioni e liste.

C’è tutto. Più di tutto, verrebbe da dire: «Atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi», le cose che Borges elencava in una sua celebre poesia e che «dureranno più in là del nostro oblio».

Da ragazzo, prima di trasferirsi nella capitale e aprire il suo Museo – il Museo della Cultura popolare e dell’Artigianato scomparso: questa la denominazione ufficiale –, Agostinelli praticò pure il mestiere di “santaro”, cioè il venditore di quadri di santi. Girava per le campagne abruzzesi (è originario di un paese in provincia di Teramo) e spesso si faceva pagare semplicemente con un pranzo, o con oggetti, appunto.

Avrà venduto senz’altro anche immagini di sant’Antonio da Padova, alla cui intercessione tradizionalmente si ricorre per ritrovare le cose smarrite. Probabilmente il religioso portoghese ha preso in grande simpatia quest’uomo, donandogli la straordinaria capacità di non perdere nulla.

E di ritrovare nel suo Museo quanto si credeva perduto per sempre.

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June 18, 2014

Il Museo Agostinelli e la vertigine della lista

Roma (Acilia)
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