SAN PIETRO IN VATICANO – Intervista con il cardinale Prosper Grech

di Paolo Mattei

Il cardinale Prosper Grech ci racconta che spesso, quando si trova a passare per Piazza San Pietro, è preso dalla tentazione di fermarsi per dare una mano ai turisti impegnati a fare foto ricordo. «Li vedo scegliere prospettive assurde, oppure imporre pose improbabili ai soggetti… Allora vorrei consigliare loro di cambiare posizione o angolatura per sfuttare la luce in modo diverso, più interessante… Poi però mi domino, e tiro diritto».

In effetti, incrociare un cardinale a San Pietro non è fatto inconsueto. Singolare è invece incontrarne uno esperto e appassionato di fotografia e disposto a parlarne e, magari, anche a dare consigli…

Come Sua Eminenza monsignor Grech, appunto, che intervistiamo nella sua abitazione, il Collegio internazionale Santa Monica, nello stesso complesso che ospita l’Institutum Patristicum Augustinianum, centro di alta specializzazione universitaria che il porporato ha contribuito a fondare negli anni Cinquanta insieme a padre Agostino Trapè.

Al secondo piano dell’Augustinianum c’è una sua “mostra permanente” fatta di bellissime immagini in bianco e nero scattate in giro per il mondo: piazze e chiese al tramonto, prospettive di marine argentate, profili di uomini e donne nel sole.

Nominato cardinale da Benedetto XVI nel concistoro del 18 febbraio 2012, Prosper Grech – maltese, classe 1925 –, oltre che all’Augustinianum, ha insegnato per vent’anni Teologia biblica all’Università Lateranense e per trent’anni Ermeneutica biblica al Pontificio Istituto Biblico. Autore di molti libri e articoli su riviste scientifiche, per oltre vent’anni consultore della Congregazione per la Dottrina della fede, è membro della Pontificia Commissione Biblica.

Con lui abbiamo parlato di questo suo hobby, che è anche una grande e antica passione.

Eminenza, quando e come nasce il suo amore per la fotografia?
Quando ero studente qui, all’Augustinianum, cioè fino al 1950, non possedevo nemmeno una macchina fotografica. Ne aveva però una un mio confratello che me la prestava perché fotografassi le partite di calcio che ogni tanto venivano organizzate fra noi studenti. Quelle furono le mie primissime foto.

Poi è immaginabile che ne abbia acquistata una…
Sì. Era, se non ricordo male, il 1951, e mi trovavo in Germania, dove comprai una Paxette con la quale cominciai a esercitarmi scattando naturalmente in bianco e nero. Si trattava più che altro di foto d’architettura. Poi, a Roma, la utilizzavo per fotografare libri e documenti della Biblioteca Vaticana, perché all’epoca non c’erano le fotocopiatrici… Era un’operazione difficilissima perché dovevamo inserire delle lenti addizionali, misurare con il centimetro la distanza dell’obiettivo dalla carta, e poi scattare quasi alla cieca. Naturalmente poi, con le macchine reflex più avanzate, questo lavoro è stato facilitato moltissimo…

Ma a un certo punto le fotocopiatrici iniziarono a essere diffusamente commercializzate…
E fu allora che il mio interesse si rivolse alla fotografia in genere. Ero molto influenzato dall’arte e dai giudizi critici che avevo assimilato leggendo i testi di Matteo Marangoni, secondo cui la bellezza si trova nella forma piuttosto che nel contenuto. Frequentai anche due allieve del grande critico fiorentino, Luisa Becherucci, direttrice della Galleria degli Uffizi, e Anna Maria Francini Ciaranfi, direttrice di Palazzo Pitti. Con loro, studiando antichi progetti di architettura, ho imparato molto sulla composizione.

Quali sono gli artisti che più l’hanno influenzata?

Ho imparato molto esaminando i lavori dei pittori del Cinque-Seicento, principalmente le generazioni successive al Perugino. Ho osservato con attenzione le composizioni di vari artisti nelle quali la “marginalità” del soggetto principale, che non è posto al centro dell’opera, viene bilanciata dalla presenza di altri soggetti o da giochi di luce. Sono stato ispirato soprattutto da Rembrandt, le cui incisioni e i cui disegni mi hanno molto influenzato specialmente per le foto in bianco e nero. Osservare e studiare le luci e le ombre dei suoi ritratti mi è servito molto. Poi non posso dimenticare Caravaggio, la mia più grande passione…

Sviluppava da sé le pellicole?
All’inizio, sì. Ma il problema è che le operazioni di sviluppo in laboratorio ti fanno smarrire la cognizione del tempo. Credi che sia passata mezz’ora e invece ne sono trascorse tre… Io non mi potevo permettere di perdere troppo tempo perché dovevo studiare. Allora a un certo punto ho incominciato a portare le pellicole allo studio Sciamanna, un negozio storico di Roma vicino a San Pietro. Là si produceva dapprima la stampa a contatto e io poi davo indicazioni specifiche sulle dimensioni e sul contrasto.

Poi è arrivato il colore…
All’inizio non mi interessava molto, ho sempre prediletto il bianco e nero. Ma lo sviluppo del bianco e nero col passare degli anni incominciava a costare un po’ troppo e così in certi periodi, a motivo di questa predilezione, mi trovavo a spendere quasi tutto il mensile che mi dava la comunità… Allora, grosso modo otto anni fa, sono passato al digitale, sia per il colore che per il bianco e nero.

Ma non è la stessa cosa…
In effetti, nella stampa del bianco e nero certi contrasti e certi grigi si perdono… Comunque ottengo risultati soddisfacenti sia nel bianco e nero che nel colore. Ormai non fotografo più con la pellicola. Mi è rimasta una sola macchina analogica, che non uso quasi più.

Quali sono i suoi momenti preferiti per scattare?
Generalmente quando sono in vacanza o nei momenti di svago. Allora non faccio altro. Mi piace essere solo, cammino lentamente, guardo, attendo qualcosa che colpisca il mio sguardo. Spesso non si può fare la foto subito, bisogna aspettare che si allontanino i passanti, o che il passante prescelto entri nel punto focale desiderato. Poi c’è la luce… Devo attendere che si allontani la nuvola che oscura il paesaggio perché si crei l’illuminazione giusta. Il soggetto cambia di minuto in minuto. La facciata della Basilica di San Pietro ha quattrocento anni, ma non è mai la stessa facciata. Tutto dipende dalla luce che cade sulla sua superficie: da quale angolo giunge, in quale momento del giorno, in quale stagione… In una manciata di minuti si possono scattare dieci foto di quella facciata e saranno dieci foto diverse. Se muta la luce, muta il soggetto.

Lei ritrae spesso persone comuni, fotografandole senza che se ne accorgano.
Sì, mi piace cogliere aspetti di vita ordinaria. Naturalmente questo rende necessario che il soggetto non sappia di essere nell’obiettivo.

E fa anche ritratti…
Sì, ed è molto difficile realizzarli, perché le persone tendono a mettersi in posa, pensano di stare di fronte a uno specchio e quindi cercano di assumere un profilo “studiato”, artefatto. Può anche capitare che il ritratto di un volto riveli certi tratti psicologici invisibili allo sguardo. Particolari – anche drammatici – che emergono solo nella fotografia. Qualcuno si stupisce, qualcuno si spaventa, e si chiede: “Questo sono io?”…

E lei, naturalmente, conferma…
No, non io. È la fotografia a farlo.

 

Photos via:

December 12, 2013