Per le strade di Roma con Rino Barillari, “The King of paparazzi”

Rino Barillari ferito, 1963

Rino Barillari ferito, 1963

di Paolo Mattei

Accompagnare Rino Barillari per le strade di Roma è un’esperienza straniante. “The King of paparazzi”, il celebre fotoreporter della “dolce vita” capitolina, il ragazzo di Calabria approdato nella capitale alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso – era quattordicenne, classe 1945 – non smette mai di camminare. E di fotografare, naturalmente.

Lo fa da cinquant’anni, è un instancabile cacciatore di prede famose. Innumerevoli i suoi trofei, le celebri star internazionali rimaste per sempre impigliate nelle sue pellicole: Marlon Brando, Audrey Hepburn, Jean Paul Belmondo, Kirk Douglas, Shirley McLaine, Richard Burton, Liz Taylor, Peter O’Toole, Frank Sinatra… Inutile tentare di stilare l’elenco completo. Impossibile.

Ma più che quella di un cacciatore, Barillari ha l’aria di uno sfaccendato flâneur che percorre lento il cuore dell’Urbe barocca, tra via Condotti, via Frattina e via Borgognona.

La sua non è affatto pigra flânerie, non sta portando “al guinzaglio delle tartarughe per le vie di Roma”, per parafrasare una celebre definizione dedicata ai passeggiatori decadenti di baudeleriano copyright. Barillari sta lavorando. Sta registrando i volti dei passanti con la velocità di un potente scanner direzionale. Cerca il personaggio, va a caccia del vip.

Il senso di straniamento che può sperimentare chi lo accompagna sta proprio in questo: la gente si volta a guardarlo, i crocchi ai tavolini dei bar si danno di gomito mentre passa, ogni venti metri qualcuno dei “personaggi” di cui va in cerca si ferma a salutarlo come si fa con un vecchio amico. Allora non capisci bene chi sia il cacciatore e chi il cacciato, e ti tornano in mente i versi del poeta livornese Giorgio Caproni: «Così si forma un cerchio / dove l’inseguito insegue il suo inseguitore».

Poi Barillari si ferma a un crocicchio. «Questo è un posto buono. Poi oggi è mercoledì. Giorno ottimo. Solo il venerdì è meglio…».

Da mezzo secolo fa questa vita. Mai avrebbe immaginato di diventare lui stesso un pezzo di quella storia italiana che va raccontando col suo lavoro. Lui è un “fotografo per caso”: all’inizio degli anni Sessanta, da ragazzino, per sbarcare il lunario, si mise al seguito di quelli che poi sarebbero diventati i suoi maestri, come Tazio Secchiaroli, Gilberto Petrucci, Giacomo Alexis, Paolo Pavia, Elio Sorci, Marcello Geppetti… Iniziò ad accompagnarli nei loro appostamenti venatori non autorizzati fra piazza di Spagna e piazza del Popolo. E, soprattutto, a via Veneto.

Roma prima d’allora l’aveva soltanto sognata guardando i film e i cinegiornali: «Conoscevo tutti i personaggi dello spettacolo perché aiutavo mio zio, titolare della sala cinematografica del paese in cui sono nato, Limbadi, in provincia di Vibo Valentia. Poi decisi di andare a vederlo dal vivo, quel mondo. Arrivai a Roma con due amici. Loro non hanno resistito, e dopo un po’ sono tornati a casa. Io sono rimasto, e sono ancora qui. È stata dura. Dovevo cercarmi da mangiare e da dormire. Ho fatto sacrifici perché non ero raccomandato. E dovevo pure stare attento a non fare casino, sennò la polizia mi rimpatriava. In un certo senso ero un po’ come un immigrato clandestino».

Franco Nero aggredisce Rino Barillari alla Fontana di Trevi, Roma, 1965 (©Marcello Geppetti)

Franco Nero aggredisce Rino Barillari davanti alla Fontana di Trevi, Roma, 1965 (©Marcello Geppetti-MGMC & Solares Fondazione delle Arti)

Come ha imparato a fotografare?
Non sono andato a scuola. Ma ho avuto la grande fortuna di vivere accanto ai migliori fotoreporter del mondo. Loro mi hanno fatto capire la fotografia. Io sapevo a malapena cosa fosse una pellicola… All’inizio, per sbarcare il lunario, facevo il loro fattorino. Poi, senza che se ne accorgessero, ho imparato il mestiere.

In che senso “senza che se ne accorgessero”?
Apprendevo la tecnica senza rompergli le scatole. Facevo finta di sbagliare e dal modo in cui meccanicamente mi correggevano capivo e rubavo i trucchi del mestiere. Del resto, anch’io nel mio piccolo spesso risultavo molto utile alle loro eroiche performance di paparazzi…

Cioè?
Beh, ad esempio quando mi usavano come “provocatore”. Nel momento in cui individuavano il vip, mi mandavano in avanscoperta come un minuscolo centravanti di sfondamento. Io creavo confusione poi loro arrivavano e colpivano la vittima famosa con mitragliate di scatti…

Barillari non ha bisogno di qualcuno che vada in avanscoperta. È un lupo solitario, opera da solo. «Non bisogna mai lavorare con i colleghi, il rischio è che ci si pesti i piedi».

Il Re dei “paparazzi”: un epiteto di cui va fiero…
Naturalmente. Lo portò alla ribalta Fellini nella “Dolce vita”, e oggi è il terzo vocabolo italiano più conosciuto nel mondo. Come non esserne fieri? Il problema è che è un mestiere in via di estinzione.

Perché?
Con la scusa degli scandali ne stanno distruggendo la credibilità. Oggi chiunque può improvvisarsi paparazzo. Basta un cellulare e si va all’arrembaggio, per sfornare tonnellate di foto postprodotte, finte. E poi dilagano i servizi anonimi costruiti. Questo crea un bel po’ di difficoltà a chi come me ci mette la firma e la faccia.

Rino Barillari, Ursula Andress In via Borgognona, anni Novanta

Ursula Andress In via Borgognona, anni Novanta

Seguendolo in questi discorsi pomeridiani, pronunciati tra una piazza-salotto romana e l’altra, e ascoltandolo parlare di “credibilità” e “professionalità”, è comprensibile che il tuo sguardo tradisca una certa perplessità, lontana parente dello straniamento di cui sopra, perché stai pensando a quanto sia effimero il palcoscenico colorato che frequenta ogni giorno, da cinquant’anni. Così estraneo alla dura realtà del cosiddetto “mondo reale”, il mondo “di fuori”. Così futile, come la soffocante parodia neobarocca messa in scena nell’ambigua “Grande Bellezza” di Sorrentino. Poi però ti ricordi che lui è un fotoreporter vero, uno che ha portato a casa anche servizi di cronaca molto “difficili”, realizzati nelle piazze violente della criminalità e in quelle degli anni di piombo.

Allora, senza darti il tempo di manifestare i tuoi dubbi, ti spiega pure che «la fotografia, anche quella di costume e spettacolo, è una cosa molto seria. In Italia lo abbiamo capito da poco tempo. In America, in Germania e in Francia hanno compreso bene che la fotografia ha un valore inestimabile. È l’elemento fondamentale di una filiera produttiva che coinvolge il lavoro di un sacco di gente».

Touché? Forse. Chissà. Non c’è il tempo di ponderare. Ti viene comunque in mente un momento memorabile del film “Il diavolo veste Prada”, quello in cui Meryl Streep, nel ruolo della potentissima direttrice di un prestigioso fashion magazine, fa presente alla assistente con la puzza sotto il naso come il colore di moda di quell’anno, l’effimero ceruleo, «rappresenti milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro».

Conviene passare ad altre domande. E continuare a seguirlo.

Non ha mai pensato di cimentarsi in un altro tipo di fotografia?
Sta parlando della fotografia d’arte? No, non ho abbastanza cultura. Bisogna essere molto istruiti per fare quel tipo di foto. Io sono un reporter. Un paparazzo. Io faccio un altro mestiere, e voglio farlo bene. Vado a caccia di notizie e personaggi. Però sono grato ai fotografi che si esprimono in quel modo. Danno lustro alla categoria.

Beh, non vorrà dirmi che non si è mai confrontato con un paesaggio…
Certo che l’ho fatto. Ho un archivio pieno di immagini di oggetti, animali, mobili, panorami. Ma non do importanza a queste cose. Le realizzo per esercitarmi. Se sei allenato a fotografare tutto, in qualsiasi momento ti saprai difendere. Se invece sei abituato a scattare solo le strette di mano dei presidenti, poi nel momento del bisogno non saprai che pesci pigliare.

Rino Barillari, Carlo Ponti e Sophia Loren, 1962

Carlo Ponti e Sophia Loren, 1962

Come fa a mantenere la giusta distanza con i personaggi che fotografa? Di moltissimi di loro è amico… Eppure sono le sue prede…
La strategia è non diventare un loro “vero” amico, ma marcare una certa distanza, rimanere un buon “conoscente”. In questo modo rispettano il lavoro che faccio. Il giorno in cui diventassi intimo dei vip avrei chiuso. Dovrei cambiare mestiere.

Ma qualche amicizia si sarà pure creata…
Beh, anche i paparazzi hanno un cuore. Più che amicizia, parlerei però di “rispetto”.

Cioè?
Il rispetto che ispiri alle persone con cui c’è stato qualche screzio e alle quali hai mostrato la tua intelligenza. Se un personaggio ti chiede con cortesia di non disturbarlo, e tu lo assecondi, vedrai che durante l’anno poi ti concederà tre servizi… Chiaro, se becco il Papa, lo fotografo e basta… Potrebbe non ricapitarmi mai più.

A proposito: lavora in Vaticano?
No, mi hanno dato da molto tempo il cartellino rosso. Non sono adatto, perché temono che non rispetti i loro embarghi…

Com’è cambiata la dolce vita? Com’è quella del XXI secolo?
Negli anni Sessanta i grandi personaggi – attori, attrici, principesse, sovrani in esilio, star della musica leggera – erano relativamente pochi, pochissimi in confronto al numero dei vip oggi. Ma quei pochi erano il meglio del meglio. E c’erano a disposizione anche dei bellissimi “doppioni”. Che so, Scilla Gabel lo era di Sophia Loren, Cristina Gaioni di Brigitte Bardot. Oggi la televisione moltiplica ogni giorno le celebrità. Sono tutti famosi perché tutti abbiamo il televisore e internet. Prima ti doveva bastare il cinema.

E i vip? Sono cambiati?
Sono più stanchi, annoiati. Stufi anche della gente che li ferma per i selfie. Cambiano spesso itinerari per stare tranquilli. Li devi scovare. Alcuni si autopromuovono pubblicando gli scatti sui propri siti. E il servizio se lo fanno da soli: l’attore rivela di essere innamorato, l’attrice di essere incinta…

Come si svolge la giornata-tipo del Re dei Paparazzi?
Di norma mi alzo alle 11 di mattina e vado a dormire alle tre, alle quattro di notte. Anche quando non succede nulla, o quando non c’è nulla di previsto. Ma la furbata è tenersi sempre in allenamento. C’è poco lavoro? Vado comunque fuori a cercarlo. Come in questo momento. Se tu fai solo quanto è “doveroso”, se ti limiti alle commissioni dei giornali, ti inaridisci, diventi stupido.

C’è ancora via Veneto nelle sue mete?
Sempre. Alle due di notte sto all’Harry’s Bar, dove mi aspettano tutti. Là incontro le persone, mi danno le dritte…

E Fellini? Come lo ricorda?
Era uno che ti faceva sentire importante. Quando ti incontrava ti faceva chiacchierare, voleva sapere tutto della tua vita e del tuo lavoro, anche le cose più strane. Lo faceva per interesse professionale, artistico, lo so. Ma era bello. Da ragazzino lo consideravo matto. Poi ho capito che era un grande, un talento infinito.

Tra i vip della politica della “prima Repubblica” chi ha immortalato?
Li ho fotografati praticamente tutti. Cossiga, Leone, Saragat, Andreotti, che mi faceva sempre dei regali. Anche lì, ti accorgevi subito dei talenti. Quelli che ti trattavano male erano quasi tutti uomini senza storie da raccontare.

Che significa?
Che i grandi uomini hanno sempre delle belle storie da raccontare…

E lei, come si comporta con i vip che l’hanno trattata male?
Quando li incontro, li ignoro. Per loro è la peggiore umiliazione.

Rino Barillari, Gabriella Ferri, 1970

Gabriella Ferri, 1970

Il cellulare di Barillari squilla. E la suoneria è il vociare gracchiante della comunicazione radio di un’autoambulanza, chiamata a intervenire d’urgenza.

Che cos’è?
Il sonoro di una delle tante volte mi hanno menato. Per un compleanno, mi hanno regalato le registrazioni delle comunicazioni del 118, le chiamate relative ai miei numerosi “incidenti”.

Ah, già. Il primato da Guinness orgogliosamente rivendicato dal “King”: «Settantasei macchine fotografiche fracassate, undici costole rotte e 164 volte al pronto soccorso», come si legge nel suo sito internet. Una strategia di comunicazione geniale. Il paparazzo paga di persona, mica glielo mandano a dire.

Un sacco di botte…
Beh, sì. Ho preso gli schiaffi da Peter O’Toole e da Buzz Aldrin, l’astronauta. Ho combattuto con Aznavour… Mi hanno accoltellato, sfasciato una quarantina di flash, mi hanno manganellato nelle piazze insieme ai manifestanti.

E non è ancora stanco di tutto questo? Non è stufo di andare a caccia?
Nel modo più assoluto, no.

La passeggiata – la caccia – del pomeriggio sta per concludersi. Barillari ha un appuntamento di lavoro. Inaugurano un locale e lo stanno aspettando. Ma il lavoro vero riprenderà più tardi, dopo cena, all’inseguimento delle prede notturne di Roma.

Ci salutiamo davanti a una chiesa.

A proposito: lei è credente?
Quando sto male. Quando sto bene mi dimentico.

Beh, se 164 ricoveri significano, come è facile immaginare, “stare male”, allora quella di Barillari può essere considerata la storia di uomo molto religioso. Chi l’avrebbe mai detto.

Barillari, Sartine a Piazza di Spagna, 1962

Barillari, Sartine a Piazza di Spagna, 1962

Rino Barillari, Match con Frank Sinatra al Café de Paris, in via Veneto, 1964

Match con Frank Sinatra al Café de Paris, in via Veneto, 1964

Barillari, Sonia Romanoff e il gelato in faccia a Barillari, 1965

Sonia Romanoff e il gelato in faccia a Barillari, 1965

Rino Barillari, Anna Magnani e Tennessee Williams, primi anni Sessanta

Anna Magnani e Tennessee Williams, primi anni Sessanta

Rino Barillari, Audrey Hepburn, anni Sessanta

Audrey Hepburn, anni Sessanta

Rino Barillari e Anita Ekberg a Fontana di Trevi, 1982

Rino Barillari e Anita Ekberg a Fontana di Trevi, 1982

 

Scontro con Mickey Hargitay e Vatussa Vitta, 1965

Scontro con Mickey Hargitay e Vatussa Vitta, 1965

Rino Barillari, Richard Burton and Liz Taylor, 1966

Richard Burton e Liz Taylor, 1966

Jacqueline Kennedy in via Veneto con Barillari, 1964

Jacqueline Kennedy in via Veneto con Barillari, 1964

Rino Barillari, Alfred Hitchcock in via Condotti, 1964

Alfred Hitchcock in via Condotti, 1964

Rino Barillari, Peter O'Toole, 1964

Peter O’Toole, 1964

Rino Barillari, Marcello Mastroianni e Sophia Loren, anni Sessanta

Marcello Mastroianni e Sophia Loren, anni Sessanta

Sandro Canestrelli, Archivio Canestrelli, Rino Barillari, Sophia Loren, 1959, GFDL

Rino Barillari e Sophia Loren, 1959 (©Sandro Canestrelli, Archivio Canestrelli)

 

Rino Barillari, Claudia Schiffer a via Veneto

Claudia Schiffer in via Veneto

Rino Barillari, Oliver Reed al ristorante, 1968

Oliver Reed al ristorante, 1968

Barillari con Marcello Mastroianni, 1972

Barillari con Marcello Mastroianni, 1972

Photos via:
www.rinobarillari.com

September 28, 2015

Per le strade di Roma con Rino Barillari, “The King of paparazzi”

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