Paesaggio Italia

di Paolo Mattei

Maurizio Galimberti è protagonista di una grande mostra, promossa dall’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, che apre i battenti sabato 16 febbraio a Venezia. Si intitola “Paesaggio Italia” e presenta più di 150 scatti (fatti con le originalissime tecniche fotografiche del mosaico, del ready-made e della manipolazione) attraverso i quali l’artista comasco racconta il suo personale Grand Tour.
Galimberti, classe 1956, ci porta nei suoi luoghi del cuore e il viaggio sarà, c’è da scommetterci, meraviglioso. Del resto gli elementi in gioco – autore e soggetti – sono di eccellenza.
Per l’occasione sarà presentato anche il primo catalogo, edito da Marsilio, che ripercorre, attraverso trecento sue opere, tutta la ricerca artistica di Galimberti sul paesaggio.

“Italianways” lo ha intervistato.

Come nasce la mostra “Paesaggio Italia”?
Sono sempre stato innamorato dell’Italia e ho ritenuto giusto e bello dare un contributo forte al nostro Paese attraverso il mio lavoro. È un atto d’amore.

Quale criterio ha presieduto alla scelta antologica delle città ritratte?
È stata una scelta “di pancia”. In vista della pubblicazione del volume, sono tornato a visitare, per fotografarli, i luoghi d’Italia più importanti della mia vita, quelli più radicati nella mia memoria.

Nel libro c’è il contributo di Nicola Piovani. Di che cosa si tratta?
Piovani racconta la presenza di armonia, ritmo e melodia nei miei mosaici. Molti di essi sono a suo avviso interpretabili come dei grandi spartiti musicali. Del resto, la musica è una cosa importante per il mio lavoro.

Ci sono anche gli interventi di un architetto, Michele De Lucchi, e di un art director, Giuseppe Mastromatteo…
Sì, il mio lavoro si contamina, oltre che con la musica, anche con l’architettura e la grafica. Mi sento un musicista che suona con la fotografia, un architetto che traccia linee e forme con le immagini fotografiche…

Si dice che la sua passione per la fotografia sia fiorita in un cantiere…
Mio padre aveva un’impresa edile e quando ero bambino lo accompagnavo nei cantieri. Portava con sé il “livello”, strumento che serve a misurare le differenze di quota e che è dotato di un treppiede e di un obiettivo. Sembra una macchina fotografica. Allora giocavo a scattare fotografie e, piano piano, mi venne la voglia di stare dietro a un obiettivo vero. Così, a un certo punto, avendo ricevuto in regalo da mio padre una macchina fotografica, cominciai a esercitarmi girando nelle mie zone, in Brianza. Prove da fotoamatore, naturalmente… Della esperienza in cantiere mi è rimasta la precisione quasi matematica con cui procedo alla scomposizione delle foto. Ciò nasce dal fatto che da ragazzino, per guadagnare la “paghetta”, dovevo calcolare il numero esatto dei ponteggi necessari per restaurare la facciata di una casa.

Quando e come nasce la sua “passione/ossessione” per il mondo Polaroid?
Avevo ventisei anni. Decisi di smettere definitivamente con la camera oscura: non mi è mai piaciuto il buio e non sopportavo gli acidi che mi tagliavano le mani. Era il 1983 e incominciai proprio allora a usare la Polaroid, uno strumento che ti permette di vedere subito il risultato del tuo lavoro. Devo dire che gli inizi furono tragici perché avevo un apparecchio scalcinato, con un fortissimo difetto di parallasse…  Ricordo però che lessi un’intervista con Giacomelli il quale definiva la macchina fotografica “un attrezzo”. “Se è così”, mi dissi, “se è un attrezzo, allora si deve piegare alla mia volontà”. Da allora ho sempre usato la Polaroid e oggi ne ho un bisogno fisico. Posso fare foto soltanto con questo “attrezzo”.

Perché non ama il digitale?
Perché ha il potere di “uccidere il punto di vista”. Ti permette di scattare foto a raffica e quindi, in un certo senso, è l’apparecchio che decide per te. Il fotografo che usa la macchina digitale rischia di essere come un giocatore cui sia data la possibilità di tirare innumerevoli volte il calcio di rigore, fino al momento, statisticamente inevitabile, del goal. Poi, c’è anche una questione di intensità, di calore. La fotografia “chimica” sa esprimere una potenza poetica che il digitale non si può neanche immaginare…

Lei ha anche studiato arte…
Ho studiato come autodidatta per formarmi una cultura visiva. La fantasia da sola non basta. Italo Calvino diceva che «la fantasia è come la marmellata, bisogna che sia spalmata su una solida fetta di pane. Altrimenti rimane una cosa informe». Sentivo la necessità di crearmi un background, un laboratorio dell’immaginario in cui esercitarmi. I mei “miti” italiani sono i futuristi, uno su tutti Boccioni. Ma anche Tullio Cravi, con le sue immagini cosmiche. E, fuori d’Italia, Marcel Duchamp. Poi mi sono contaminato con tanti altri artisti del nostro Paese. Ho molto amato i concetti matematici di Alighiero Boetti, gli incastri di Giuseppe Capogrossi, l’aggressività e l’istintualità di Mario Schifano, la quotidianità e la ferialità dei soggetti di Felice Casorati… Ho provato a fare mie le loro peculiarità.

E i fotografi prediletti?
Tantissimi. Tra gli altri, Mario Giacomelli, Franco Fontana, Gabriele Basilico, Mimmo Jodice…

Lei è anche ritrattista. La sua tecnica è originalissima, i soggetti sembrano colti di sorpresa, non si mettono in posa. Come può accadere questo?
Senza parlare, nel più assoluto silenzio, mi avvicino con la macchina e appoggio il distanziale di tredici centimetri sul volto del soggetto, che rimane completamente spiazzato perché non si aspetta questo mio modo di fare. Così emerge il suo “silenzio interiore”, perché non assume atteggiamenti particolari, non sorride, resta sé stesso. Mi sento un po’ come una zanzara, che arriva all’improvviso, punge e se ne va. Così viene fuori l’anima. Ecco, possiamo definirla “fotografia dell’anima” e non dell’estetica. Ricordo che un giapponese cui feci il ritratto mi disse che ero uno sciamano, che gli avevo rubato l’anima… Due anni fa rimasi molto colpito dalla reazione di Robert De Niro. Ero andato a casa sua a fotografare tutta la sua famiglia. Fotografai anche il figlio più piccolo, che soffre di disturbi dello spettro bipolare. Quando l’attore guardò il ritratto del ragazzo – un’immagine dolcissima e drammatica al tempo stesso – si chiuse in una stanzetta e venne fuori dopo venti minuti con gli occhi arrossati dal pianto…

A proposito di De Niro… Le sue relazioni con il mondo del cinema sono note. Quali sono i personaggi di questo ambiente a cui si sente maggiormante legato?
Sicuramente Mario Monicelli. Lo conobbi a Venezia nel 2004. Era solo, gli feci la foto, e lui si coprì il volto. Quel ritratto è un pugno nello stomaco, il racconto tragico di un uomo solo. Poi mi colpì Marco Ferreri. Lo incontrai a Venezia dove stava presentando il suo film “Nitrato d’argento”, un omaggio alla magia della pellicola. Mi disse che amava molto la Polaroid perché secondo lui in quelle foto c’è la carne e il sangue. Mi emoziona sempre molto guardare il ritratto che ho fatto a Ennio Morricone, perché mi fece quello che io considero un grande complimento: anche lui, come Piovani, affermò che nelle mie foto c’è la musica. Così mi piace moltissimo pure il volto folle di Dario Argento. Ho avuto poi ottimi rapporti con Tornatore, con la Cucinotta, con Isabella Ferrari. Ma non tutti i vip del cinema italiano mi sono piaciuti. Alcuni sono spocchiosi, per niente umili. Allora capisci perché molti di loro non riusciranno mai ad arrivare a Hollywood…

Photos via:

December 12, 2013