Mogol, il Cet e la cultura popolare. Intervista

di Paolo Mattei

«Io potrei vivere ovunque, mi bastano una matita e un foglio di carta…». Giulio Rapetti, in arte Mogol, inizia così a raccontare l’avventura del Cet, il Centro europeo di Toscolano, l’università della musica popolare che ha fondato in Umbria quasi venticinque anni fa e che continua tuttora a dirigere.

Erano gli inizi degli anni Novanta, e su uno di quei suoi fogli di carta, il più celebre degli autori italiani di testi di canzoni – più di cinquant’anni di ininterrotta attività, millecinquecento brani pubblicati – non stava per appuntare dei versi.

Mogol – per un quindicennio collaboratore di Lucio Battisti (1943-1998), il cantautore, compositore e grande amico con cui tra il 1965 e il 1980 ha dato vita a una straordinaria impresa creativa da cui è scaturito un numero impressionante di capolavori – su quel foglio di carta stava per abbozzare il profilo di un’idea che gli era venuta in mente passeggiando per Milano, e che avrebbe di lì a poco realizzato, a Toscolano, appunto, in provincia di Terni.

«E siccome potevo vivere ovunque», continua a raccontare Mogol, «decisi di lasciare la mia città per venire a stabilirmi tra i boschi di questa meravigliosa porzione d’Umbria. Qui è nato il Cet, anche grazie a un finanziamento iniziale dell’Unione europea. Oggi siamo un team importante, costituito da docenti con una lunga esperienza e trascorsi significativi nel settore della musica pop».

Nei centoventi ettari di questa bellissima tenuta, tra pianoforti e sale di registrazione, Mogol e i suoi collaboratori lavorano per valorizzare e qualificare principalmente nuovi professionisti della musica pop, persone sensibilizzate all’importanza della cultura popolare e alle esigenze etiche della comunicazione.

Dal ’92 a oggi il Cet – che tra l’altro è stato riconosciuto “Centro di interesse pubblico” dal Ministero per i Beni e le Attività culturali – ha formato circa 2.500 fra autori, compositori e interpreti.

Proprio a Toscolano abbiamo incontrato Mogol. Con cui abbiamo conversato per un po’.
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“Cultura popolare”: è un’espressione che le sta molto a cuore…
Quando si parla di cultura popolare, si parla di una cosa importantissima. Dal livello della cultura popolare dipende il livello della civiltà di una nazione. È sempre stato così. Senza cultura popolare non si dà storia ed evoluzione di una civiltà.

Che cosa intende per cultura popolare?
Glielo spiego con esempio semplice: un bel libro è considerato un grande successo se ne vengono vendute centomila copie. Una bella canzone di grande successo viene imparata a memoria e cantata da svariati milioni di persone.

Quindi le canzoni pop sono cultura popolare?
Senza dubbio. Come la cultura di Dante Alighieri. Il nostro Sommo Poeta scrisse il “De vulgari eloquentia” per spiegare alle élite culturali del proprio tempo come il volgare, la lingua del popolo, la lingua materna, fosse più nobile del latino, idioma artificiale. È cultura musicale quella prodotta da Mozart, le cui opere andavano in scena al Volkstheater, il teatro popolare appunto, di Vienna. Le accademie hanno a lungo considerato la cultura popolare come un “calzino sporco”. In Italia questo atteggiamento è ancora in gran parte vigente. All’estero molto meno.

Dove, per esempio?
Le posso accennare a un episodio forse eloquente in tal senso. Di recente noi del Cet siamo stati chiamati in Kazakistan dalla grande violinista Aiman Mussakhajayeva a tenere delle lezioni sulla canzone pop all’Accademia nazionale kazaka di Musica, di cui lei è presidente. Abbiamo lavorato con allievi e docenti dell’Accademia, e i risultati sono stati a dir poco entusiasmanti. Questa donna ha avuto una bella intuizione e, pur provenendo da un’educazione musicale “alta”, non ha guardato con supponenza e pregiudizio negativo alla canzone popolare. Ma è un meccanismo difficile da far comprendere, un meccanismo che passa anche attraverso le parole…
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Che vuol dire?
È difficilissimo per esempio far passare il concetto che chi scrive testi di canzoni non è un “paroliere”, ma un “autore”. Una nozione banalissima, che si scontra con la pigrizia di parecchi giornalisti. Ma tale difficoltà di comunicazione è pure il sintomo di un’idea malata secondo cui la cultura popolare non è degna di essere insegnata nelle accademie, arroccate nel proprio tetragono elitarismo… “Paroliere” è un termine tecnico con cui si indica l’artefice dei cruciverba. L’“autore” è un’altra cosa. Stiamo parlando di un creatore di testi poetici…

Se mi permette, questo è un terreno minato, maestro… Il dibattito sulla relazione fra testi di canzoni e poesie è antico e tormentato…
Non per me. Per me il concetto è chiarissimo. Sono fermamente convinto che da molto tempo ormai la poesia si esprima attraverso le canzoni. Un libro di versi che vende mille copie è considerato un trionfo editoriale travolgente. Una canzone di successo la conoscono milioni di persone, che sono in grado di recitarne il testo a memoria senza fatica. Questa è cultura popolare.

Ma c’è chi dice che siano cose diverse. La poesia non ha bisogno del supporto musicale, perché la “musica” risuona nel testo stesso…
Non sono affatto d’accordo, non si può fare una distinzione fra poesia e canzone sulla base della presenza della musica. La differenza la fa esclusivamente il valore poetico delle parole e dei versi. Se si provano a recitare ad alta voce i testi di molte canzoni, si noterà che la loro consistenza poetica emerge anche a prescindere dalla resa cantata. Possiedono uno spessore lirico indipendentemente dalla musica, dalla quale semmai vengono ulteriormente valorizzati e potenziati. È una sinergia. È quello che, tra l’altro, insegniamo qui al Cet.

Vale a dire?
Che la musica è un suggeritore di parole. Bisogna imparare a capirne il senso, a cogliere le sue misteriose indicazioni.
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La canzone italiana è ancora un’ambasciatrice di bellezza nel mondo?
Nel recente passato lo è sicuramente stata e io ne sono testimone diretto. Ricordo bene per esempio quando a Battisti fu proposto di firmare un contratto con il produttore dei Beatles. Paul McCartney era entusiasta di Battisti. Lucio però non volle firmare, forse perché mal consigliato. Era un contratto convenientissimo, avrebbe percepito il 75 per cento degli introiti… Eppure fu irremovibile… Ma è solo per dire che le nostre canzoni – e parlo naturalmente di quelle di qualità, perché il marchio di fabbrica “made in Italy” in questo mondo non basta – in un certo periodo sono state amate in tutto il mondo. Oggi in tal senso c’è una profonda crisi, sarebbe inutile negarlo.

A che cosa è dovuta questa crisi?
A molteplici fattori, ma innanzitutto a un problema di educazione e, come dicevo, alla scarsa considerazione che si dà al concetto di cultura popolare. Adesso alcuni conservatori si stanno aprendo alla canzone pop. Il Cet è stato invitato a presentare dei progetti per il reparto formazione pop di sei conservatori italiani molto importanti.
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Quali?
Il Santa Cecilia di Roma, e poi i conservatori di Salerno, Pescara, Brescia, Matera e Ferrara. Del resto, sono strutture in continuo deficit di iscritti, perché forniscono un tipo di formazione che non garantisce lavoro. Il pop è linfa vitale per queste scuole, si tratta di ottima musica e si dovrebbe smettere di considerarla di second’ordine. Il Cet è una scuola di formazione professionale di respiro internazionale che mette a disposizione un servizio didattico di altissimo livello con metodologie innovative. Per fortuna c’è chi lo riconosce. Ora anche qualche Università inizia a dare attenzione al nostro lavoro.

Ad esempio?
Siamo convenzionati con l’Università della Tuscia dove teniamo dei corsi che garantiscono un numero consistente di crediti formativi agli studenti frequentanti.
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Di quali figure professionali vi occupate?
Autori, compositori e interpreti. In venticinque anni di attività il nostro Centro ha formato 2.500 persone.

Ci sono studenti stranieri?
Non molti per adesso. Sono soprattutto i russi a essere interessati. Di recente è venuto a trovarci il direttore del Teatro del Cremlino, cui piacerebbe molto esportare in Russia la nostra esperienza. Da quelle parti il pop è considerato alla stregua della nostra grande musica lirica. Anche dalla Cina arrivano segnali positivi…
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In che modo?
A giugno ho tenuto delle lezioni all’Università per Stranieri di Perugia, durante le quali ho spiegato il contenuto e il senso dei testi di alcune mie canzoni. Nella mia classe c’erano cinquanta allievi cinesi, oltre a una ventina tra docenti universitari italiani, europei e statunitensi. I cinesi erano molto incuriositi e mi hanno chiesto di visitare il Cet… Comunque, devo dirle che non mi affanno più di tanto per pubblicizzare la nostra attività…

Perché?
Perché conosco l’alto valore della nostra scuola, so che siamo una realtà unica nel mondo e che la nostra passione ha dato e continua a dare frutti molto importanti. Se cambierà il clima culturale nel nostro Paese, sono convinto che questi frutti si moltiplicheranno. Noi dobbiamo continuare a fare al meglio il nostro lavoro.

Le foto del Cet sono di ©E.Zanini
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Mogol in un ritratto degli anni Sessanta

Mogol in un ritratto degli anni Sessanta

Lucio Battisti e Mogol negli anni Sessanta

Lucio Battisti e Mogol negli anni Sessanta

Lucio Battisti e Mogol durante il viaggio a cavallo da Milano a Roma nell'estate del 1970

Lucio Battisti e Mogol durante il viaggio a cavallo da Milano a Roma nell’estate del 1970

Lucio Battisti e Mogol durante il viaggio a cavallo da Milano a Roma nell'estate del 1970

Lucio Battisti e Mogol durante il viaggio a cavallo da Milano a Roma nell’estate del 1970

Copertina del 33 giri di Lucio Battisti "Emozioni", pubblicato nel dicembre 1970, con brani prodotti da Battisti-Mogol

Copertina del 33 giri di Lucio Battisti “Emozioni”, pubblicato nel dicembre 1970, con brani prodotti da Battisti-Mogol

Mogol

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November 16, 2015

Mogol, il Cet e la cultura popolare. Intervista

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