“Exoteric Gate” in mostra a Milano. Intervista con Nanda Vigo

Nanda Vigo con Lucio Fontana, foto ©Fabrizio Garghetti - Nanda Vigo with Lucio Fontana, photo ©Fabrizio Garghetti

Nanda Vigo con Lucio Fontana, foto ©Fabrizio Garghetti

Nanda Vigo si muove da una vita sulla strada dell’arte. «È un sentiero nel quale cammino da sempre», racconta a “Italian Ways” alla vigilia della presentazione a Milano di “Exoteric Gate (attraverso il sogno cosmico)”, un grande “progetto-luce” costituito da nove elementi distinti (un totem centrale circondato da otto piramidi di varie altezze) che sarà esposto al pubblico per più di quattro mesi a partire da martedì 15 novembre.

Con i suoi dieci metri di altezza, altrettanti di larghezza e dodici di profondità, l’installazione della Vigo sarà ospitata nel Cortile della Ca’ Granda dell’Università Statale di Milano in occasione del secondo appuntamento dell’iniziativa “La Statale Arte”, che anche quest’anno trasformerà i magnifici spazi seicenteschi dell’Ateneo in un museo all’aperto di scultura contemporanea.

Il sentiero nel quale la Vigo cammina da una vita l’ha condotta a esplorare territori eterogenei con la consapevolezza, mai sopita, che l’arte e l’architettura non esauriscano da sole la complessità del suo lavoro e che, quindi, sia sempre necessario elaborare un linguaggio transdisciplinare.

Con tale consapevolezza, Nanda Vigo è impegnata da anni in un’attività creativa che unisce arte, architettura e design e che l’ha portata a esporre le proprie opere in tutto il mondo.

La sua storia si è intrecciata con quelle di artisti del Novecento del calibro di Lucio Fontana, il cui studio cominciò a frequentare nel 1959; di Gio Ponti, con il quale ha creato la “Casa sotto la foglia” di Malo; di Yves Klein, di Piero Manzoni e di Remo Brindisi, con cui ha realizzato la Casa-Museo a Lido di Spina. L’elenco è lungo, e per motivi di spazio ci fermiamo qui.

La Vigo si è anche coinvolta con l’esperienza del “Gruppo Zero”, per parlare del quale lei preferisce usare il termine “movimento” perché a suo avviso più aderente alla natura dinamica del raggruppamento nato in Germania tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il cui obiettivo era segnare una rottura definitiva con i dogmi e gli assiomi tradizionali dell’arte.

Una storia artistica ed esistenziale, quella della Vigo, che nasce da una sorta di giovanile “illuminazione”, nel senso proprio dell’acuta e chiara percezione, sperimentata al cospetto di un’opera architettonica, di come la bellezza sia inestricabilmente implicata con la luce e con il suo movimento nello spazio.

Da qui iniziamo la nostra conversazione.

Nanda Vigo con Piero Manzoni, 1962, foto ©Uliano Lucas

Nanda Vigo con Piero Manzoni, 1962, foto ©Uliano Lucas

Si può dire che tutto il suo lavoro abbia riguardato e riguardi il conflitto e l’armonia tra la luce e lo spazio: da dove arriva questa intuizione?
È arrivata ammirando e scoprendo la bellezza della “Casa del Fascio” di Giuseppe Terragni, a Como. Avevo sette anni, e la luce che scomponeva il pulviscolo di particelle aeree, attraverso il vetrocemento delle pareti, mi abbagliò al punto di consentirmi ancora oggi di viaggiare attraverso il suo fascio continuo e impalpabile. Nel tempo e nello spazio: cronotopicamente.

È stato difficile per lei, in quanto donna, mettersi in viaggio sulla strada dell’arte dopo questa intuizione?
È un sentiero nel quale cammino da sempre, ma all’inizio non mi accorsi di come il sesso di appartenenza facesse la differenza. In effetti, l’inserimento nel sistema sociale è stato molto faticoso. E oggi, nonostante il gran parlare di “quote rosa”, non mi pare che la situazione sia molto migliorata.

Gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento hanno rappresentato un momento di grande creatività e libertà. Rimpiange quel periodo?
No, non lo rimpiango, ma lo ricordo con grande affetto, specie oggi, un momento in cui il desiderio onirico della ricerca, sia fisica sia ideologica, si è prosciugato al punto che la stasi artistica rischia di diventare cronica.

Lei è stata amica e collaboratrice di celebri artisti del Novecento. Può parlarcene?
Sarebbe un racconto lunghissimo, date le esperienze condivise con ciascuno di loro e le storie vissute in ambiti totalmente diversi uno dall’altro e in circostanze le più varie. Posso dire che l’amicizia con Gio Ponti era solare: lui era sempre pronto al sorriso, il sorriso disteso di colui che sa e che non fa pesare ciò che sa. Parlare con lui era sempre come vivere l’arte e l’architettura a “trecentonovanta gradi”.

Nanda Vigo con Gio Ponti, 1971, foto ©Fabrizio Garghetti

Nanda Vigo con Gio Ponti, 1971, foto ©Fabrizio Garghetti

E l’amicizia con Remo Brindisi?
Il rapporto con Remo Brindisi era, si può dire, di tipo culturale: facevamo grandi discussioni sull’arte del Novecento. Amava arricchire queste conversazioni con i racconti di episodi da lui direttamente vissuti negli anni Trenta, all’epoca in cui risiedeva a Parigi e condivideva le proprie giornate con Fernand Léger, con Max Ernst e i con Dadaisti. Mi scorrevano davanti agli occhi scene di vita di cui ero affamata e che non si troveranno mai sui libri di storia dell’arte.

Che ricordo ha di Lucio Fontana?
Fontana era il maestro, il maestro per eccellenza. Un magistero, il suo, decretato all’unanimità da tutte le correnti o tendenze artistiche dei giovani di allora. Simpaticissimo, elegante, elastico e generoso. Da lui ho imparato la forza dell’arte come massima espressione del pensiero umano.

Famosa è anche la sua relazione con Piero Manzoni…
Manzoni era il mio compagno. Mi ha sempre sottovalutata come artista. Solo dopo il suo decesso sono diventata operativa.

Lei ha fatto parte del “Gruppo Zero”: in che cosa consisteva secondo lei la vera novità rappresentata da quel movimento?
Nel “famoso” periodo degli anni Sessanta – famoso adesso, ma allora si faceva tutti la fame, compreso il grande Lucio Fontana – le gallerie non davano spazio ai giovani. Così, in Germania, alcuni artisti di Düsseldorf iniziarono a esporre nei propri studi opere di diverse tendenze e in pochi mesi si concretizzò una scrematura di intenti che fu definita “Zero”. Da scremature ulteriori fu poi realizzata la nota mostra della Galerija Suvremene Umjetnosti di Zagabria, che nel 1961 ospitò le opere delle nuove tendenze, vale a dire l’arte cinetica, l’arte programmata, l’art visuelle. Insomma, l’importanza del movimento “Zero” sta nell’aver aperto le porte a un felice decennio di evoluzione dell’arte.

È possibile ancora parlare di avanguardie? Ci sono realtà dell’arte contemporanea che rappresentano a suo avviso vere novità?
Assolutamente no. Ma mi piacciono gli artisti “facciatisti”, quelli che ridipingono intere superfici urbane mutandone le prospettive visuali.

Quali sono le sue opere cui è più affezionata?
Ovviamente i “Cronotopi” del 1959, che mi riconnettono sempre all’intuizione originaria legata a Terragni.

Lei ha uno stretto e assiduo rapporto con l’Africa e l’Oriente: come nasce? Che cosa ha trovato in quei posti che non c’è in Europa?
Nasce innanzitutto dalla curiosità di conoscere le migrazioni dei popoli e le antiche civiltà, come quella di Mohenjo-daro, in Pakistan, e quella della Rift Valley, per poi continuare con la scoperta della cultura delle “Piramidi”, dall’Egitto al Messico, dal Guatemala fino ad arrivare al continente himalayano, terra di inizio della vita umana dopo il diluvio. L’Europa è molto giovane… Vivendo a stretto contatto con le popolazioni locali mi è stato più facile comprendere le diverse culture.

Un’ultima domanda: come nasce “Exoteric Gate”?
“Exoteric Gate” è un progetto di ricerca che svolgo dal 1976 e che riguarda la visione retroattiva al pensiero generante l’oggetto formalizzato in dimensione. La piramide esprime questo discorso nella sua perfezione geometrica del “3,14” e come contenitore di conoscenza.

Nanda Vigo
“Exoteric Gate (attraverso il sogno cosmico)”
in collaborazione con l’Archivio Nanda Vigo.

Iniziativa promossa dell’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Regione Lombardia, Comune di Milano, Università Statale di Milano, Istituto Italiano di Cultura di Parigi.

Cortile della Ca’ Granda,
Università degli Studi di Milano,
via Festa del Perdono, 7

15 novembre 2016 – fine marzo 2017

Inaugurazione martedì 15 novembre, ore 17.30

"Casa sotto la foglia" di Malo (Vicenza), con Gio Ponti, 1965-1968

“Casa sotto la foglia” di Malo (Vicenza), con Gio Ponti, 1965-1968

"Casa sotto la foglia" di Malo (Vicenza), con Gio Ponti, interno, 1965-1968

“Casa sotto la foglia” di Malo (Vicenza), con Gio Ponti, interno, 1965-1968

"Casa-Museo Remo Brindisi" a  Lido di Spina (Ferrara), con Remo Brindisi, 1971-1973

“Casa-Museo Remo Brindisi” a Lido di Spina (Ferrara), con Remo Brindisi, 1971-1973

Lampada "Golden Gate", 1969, foto di ©Ugo Mulas

Lampada “Golden Gate”, 1969, foto di ©Ugo Mulas

Tavolo "Block" per Acerbis, 1971

Tavolo “Block” per Acerbis, 1971

"Ambiente cronotopico", 1968, Eurodoumus, Torino

“Ambiente cronotopico”, 1968, Eurodoumus, Torino

"Mix Light", foto ©Aurelia Raffo

“Mix Light”, foto ©Aurelia Raffo

"Lights forever", 2013

“Lights forever”, 2013

"Spazio profondo", 2013

“Spazio profondo”, 2013

Deserto Tanezrouft, 1998

Deserto Tanezrouft, 1998

Nanda Vigo, 2006, foto ©Ruven Afanador

Nanda Vigo, 2006, foto ©Ruven Afanador

November 14, 2016

“Exoteric Gate” in mostra a Milano. Intervista con Nanda Vigo

Milano
Cortile della Ca’ Granda dell'Università degli Studi di Milano, Via Festa del Perdono, 7
+39 348 0638585