Le storie popolari di Pepi Merisio. Intervista

Pepi Merisio,

"Caravaggio. Pellegrini al Santuario"

di Paolo Mattei

Guardi le sue foto in bianco e nero e vorresti saltarci dentro, farti raccontare una storia d’altri tempi da quei signori col cappello seduti a tavola o da quell’anziana donna col rosario avvoltolato fra le dita. Ti viene voglia di tornare bambino e concederti un giro al salto della cavallina, o gettarti in una partita a pallone che si sta tenendo in una delle piazze italiane più belle del mondo, vuota per l’occasione e graziosamente a disposizione dei tuoi desideri…

Può succedere anche questo scorrendo gli scatti di Pepi Merisio, classe 1931, fotografo della Bassa bergamasca, di Caravaggio per l’esattezza, piccolo comune lombardo da cui provenivano i genitori del “pictor praestantissimus” Michelangelo Merisi.

Pepi Merisio fa fotografie, o, meglio, racconta storie per immagini, da quasi settant’anni. Dalla seconda metà degli anni Cinquanta inizia a collaborare con riviste italiane e internazionali – “Epoca”, “Stern”, “Du”, “Paris Match”, “Réalité”, tra le molte – sulle quali mostra la provincia italiana, i pellegrinaggi e il mondo cattolico (celebre il suo reportage su Paolo VI, “Una giornata col Papa”), le radici popolari e contadine su cui si fonda la storia del nostro Paese. Al suo attivo ha innumerevoli pubblicazioni che spiegano l’Italia del Novecento e di questo inizio di terzo millennio probabilmente al pari, se non meglio, dei migliori trattati di sociologia o antropologia.

Lo abbiamo intervistato.

In-attesa-dell-udienza

“In attesa dell’udienza”

Quando nasce il suo amore per la fotografia?
Risale a quando ero studente. Cominciai per gioco ad armeggiare con una vecchia fotocamera di mio padre e a scattare. Poi, pian piano, con l’aiuto di alcuni amici che erano abbastanza eruditi in fotografia, iniziai ad avventurarmi in modo più serio in questo mondo, e da allora non l’ho più abbandonato.

Lei è nato a Caravaggio, e il suo cognome è Merisio: impossibile non metterla in relazione a Michelangelo Merisi…
Il mio rapporto con il grande pittore lombardo ha un aspetto abbastanza umoristico. Nel 2010, a quattro secoli dalla sua nascita, alcuni scienziati e ricercatori coordinati dall’Università di Bologna si misero a studiare i presunti resti mortali dell’artista ritrovati a Porto Ercole. Ebbene, secondo le loro conclusioni, nel Dna di quelle ossa c’è qualcosa che appartiene a tutti i Merisio di Caravaggio, ognuno dei quali, di conseguenza, sarebbe imparentato con quel sommo…

Al di là del giallo e dei suoi simpatici risvolti, ci sono critici che individuano una parentela stilistica fra la sua fotografia e i dipinti di Caravaggio, riconoscibile soprattutto nell’uso della luce e delle ombre…
Caravaggio è inimitabile, è assolutamente al di sopra di tutti, non è il caso di fare confronti, specie tra due ambiti diversi come quello della pittura e quello della fotografia. Merisi è un pittore che amo profondamente. Tra l’altro, mi piacerebbe che fosse svelato il grande mistero della sua inspiegabile “assenza lombarda”.

Ossia?
Beh, è mai possibile che nei primi vent’anni della sua vita, durante l’apprendistato milanese, non abbia realizzato opere? La grande esplosione della sua arte sublime è, come noto, romana, e si data a partire più o meno dal 1594. Ma che succede nei vent’anni precedenti? Possibile che non vi sia alcuna traccia di qualche suo lavoro relativo al periodo lombardo? Prima non c’è nulla e subito dopo, come un fulmine inatteso, la Roma di fine Cinquecento è illuminata dai suoi capolavori…

Ci sono artisti che l’hanno influenzata in modo particolare?
Sì, artisti rinascimentali. Non tanto per le immagini in cui ho ritratto la vita vissuta di soggetti umani, ma per le fotografie dei paesi e delle città, per quelle insomma in cui l’elemento urbanistico e architettonico è centrale. Può sembrare strano ma è così. Sebbene io provenga culturalmente dal Medioevo e attinga a piene mani dal Romanico, il Rinascimento mi ha comunque sempre affascinato. Ho realizzato anche un libro sull’architettura rinascimentale…

Pepi Merisio, "In Valle di Cogne"

“In Valle di Cogne”

E i maestri della fotografia cui si è maggiormente ispirato?
Più che l’influsso di singole personalità, considero fondamentale la scoperta del lavoro condotto dal movimento della fotografia documentaria americana della Farm Security Administration. Le opere fotografiche testimoniali sul dramma della Grande Depressione statunitense degli anni Trenta del Novecento realizzate da quegli artisti – tra i quali la grande Dorothea Lange – sono state per me decisive. Nello stesso momento in cui venivo colpito dalle drammatiche immagini della povertà americana originata dalla crisi del ’29, osservavo con una certa inquietudine i rapidi e sciocchi mutamenti in atto nell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta: si correva dissennatamente verso un finto progresso di plastica.

Che intende per “progresso di plastica”?
Una frenesia per il nuovo che faceva – e fa – dimenticare l’inestimabile valore del passato. In quegli anni ho visitato bellissime e antiche sagrestie che, per far spazio a orrendi armadietti di celluloide, venivano spogliate degli straordinari mobili in legno del Settecento da cui erano arredate. Ricordo che durante un lavoro in una valle bergamasca avevo fotografato la statua di una Madonna del XVII secolo vestita con meravigliosi abiti ricamati. Tornai qualche giorno dopo con l’intenzione di realizzare altre immagini a colori di quell’opera ma non la trovai: l’avevano venduta nel giro di quarantott’ore. Toccai con mano questa stupida voglia di disfarsi del passato. Una gara che si teneva in tutta Italia.

Quando si parla della sua poetica si fa spesso riferimento all’ambiente contadino e popolare, alla provincia e al mondo cattolico. Vengono alla mente, tra gli altri, lo scrittore Giovanni Testori e il regista Ermanno Olmi.
Olmi ha realizzato l’“Albero degli zoccoli” ispirandosi a miei tre volumi del 1969 dedicati ai mestieri e ai luoghi della “Terra di Bergamo”. Da maestro qual è, ha ripreso questi temi costruendo un gran bel film e la cosa mi ha fatto molto piacere. Per quanto riguarda Testori, mi sono imbattuto tardi nella sua opera, ma con lui ho fatto un libro sui “Sacri Monti delle Alpi” nei primi anni Ottanta.

Qual è il suo rapporto con il mondo della letteratura?
Mi sono formato sulla narrativa e sulla poesia del periodo pre e postbellico, sulla letteratura che affrontava le vicende della vita del popolo. Ho amato anche il fiorentino Piero Bargellini. E, ovviamente, “I promessi sposi”, la cui bellezza secondo me possono cogliere in profondità solo i lombardi [ride, ndr]…

Pepi Merisio, "Milano. Le chiatte sul Naviglio"

“Milano. Le chiatte sul Naviglio”

Il mondo cattolico è anche quello gerarchico: come nacque il servizio fotografico su Paolo VI pubblicato su “Epoca” nel 1964?
La vicinanza di sentimenti con Paolo VI viene secondo me dalla comune conoscenza del mondo dei poveri, dall’amore che ambedue nutrivamo per le pratiche dei pellegrinaggi a piedi sulle montagne, viaggi devozionali e penitenziali che spesso duravano giorni. Io ho realizzato vari servizi fotografici su tali eventi, come – ma è solo un esempio tra i molti – quello sulla salita al sacro monte di Oropa, in Lombardia. Concretamente, all’origine del mio rapporto con Paolo VI c’è il suo segretario, monsignor Pasquale Macchi, cui nel 1962 recapitai le foto di Montini, all’epoca arcivescovo di Milano, che scattai durante la sua visita al Santuario di Caravaggio. Il Santuario di Caravaggio è uno dei luoghi da cui sono sempre stato ispirato, per la gente che vi si reca in pellegrinaggio, soprattutto gli ammalati.

E poi che cosa accadde?
Le foto piacquero molto sia a Macchi sia a Montini. In seguito conobbi personalmente il segretario e da quel momento piano piano cominciò a crescere un rapporto di fiducia reciproca. Dopo che Montini fu eletto al Soglio pontificio come Paolo VI, mi incaricarono di realizzare il reportage “Una giornata col Papa”. Mi preoccupai di comunicare a monsignor Macchi che non ero intenzionato a fare alcuno scoop e che quel mio lavoro era solo un servizio al Pontefice. Gli dissi: «Guardi, monsignore, io scatto le foto, poi lei le guarda e sceglie quelle che vuole».

Che cosa la colpì di più di quell’esperienza?
Sicuramente il fatto di trovarmi di fronte a una persona amabile e lieta, molto diversa da come era dipinta sui mass media e da come di conseguenza era considerata dall’opinione pubblica. Se si guardano le mie foto si vede che Paolo VI non era affatto un uomo triste. Tutte le leggende metropolitane sul suo animo chiuso caddero davanti a quelle immagini. Fui molto contento perché la mia intenzione era mostrare il vero volto del Papa: quello di una persona umile e aperta. Del resto, io con i volti ho un rapporto empatico…

Che vuol dire?
Di fronte ad alcuni visi nasce in me un sentimento particolare, percepisco un’affinità profonda che mi permette di conoscere l’animo della persona cui sto di fronte anche senza comunicare verbalmente. Scherzando, mi viene da dire che guardando la faccia di certi esseri umani riesco a capire che cosa votino alle elezioni senza bisogno di scambiare una parola.

Un’attitudine da chiaroveggente…
No, per carità, non è questione di magia, io sono un cattolico realista… Parlerei piuttosto di una particolare e fortunata facoltà intuitiva.

A proposito di realtà. Come sintetizzerebbe il suo modo di fotografare le cose? Che tipo di “controllo” esercita sulla scena che sta per immortalare?
Quando devo fotografare persone e ambienti, cerco prima di tutto di assumere informazioni sul luogo in cui mi trovo e di capire la gente che mi sta davanti. L’“avvenimento” della fotografia accade dopo questo lavoro di documentazione. In tal senso la fotografia è la sorprendente corrispondenza fra ciò che ho immagazzinato nella testa e nel cuore e ciò che vedo con gli occhi. Prima di fotografare bisogna documentarsi. La fotografia è una cosa pensata.

Che fine fa l’attimo fuggente di Cartier Bresson?
Si può davvero “cogliere l’attimo” solo sapendo cosa c’è dietro a quell’attimo. E questo discende da un lavoro di conoscenza, dalla scoperta di una storia che precede il momento dello scatto. Dietro allo scatto fotografico si situa tutta una preparazione anche storica, geografica, una dinamica di avvicinamento all’avvenimento. Insomma, per sintetizzare tutto in un aforisma: quando faccio una fotografia io non penso. Ma devo ammettere che ho pensato prima.

Pepi Merisio, "Nel porto di Genova"

“Nel porto di Genova”

Che differenza nota tra la realtà popolare che aveva davanti cinquant’anni fa e quella del periodo storico che stiamo vivendo?
Una sostanziale differenza di “riconoscibilità”. L’operaio della Fiat che fotografavo allora era riconoscibile perché vestiva la tuta con la scritta “Fiat”; il parroco indossava il cappello e la talare da prete; l’avvocato portava la giacca e la cravatta da avvocato. Dalla fotografia emergeva innanzitutto lo stato sociale del momento, del luogo e della persona. Oggi ci si veste tutti nella stessa maniera. Se lei va a fare il servizio fotografico di un pellegrinaggio a Lourdes, è costretto a redigere le didascalie, magari in questo modo: “Il parroco è il terzo da sinistra, quello con la maglietta rosa”. La società si è così uniformata che l’immagine ha bisogno del commento verbale, mentre un tempo la fotografia era in grado di raccontare la realtà senza bisogno di parole. L’immagine era essa stessa descrizione, era un documento. Gli uomini col tabarro sotto i portici del Lungopò erano latori di un significato inconfondibile anche soltanto per il fatto che, molto banalmente, non li trovavi né a Roma né a Venezia.

Non si sente un po’ un “laudator temporis acti”?
No, per niente, e le dico che anche a me fa piacere passeggiare in piazza Duomo immergendomi nei colori e nelle luci della contemporaneità. Il mondo si muove per conto proprio, e va benissimo così. Ma la sua domanda riguardava le differenze che percepisco tra quanto mi era dato di osservare cinquant’anni fa e quanto vedo oggi, e in tal senso non posso non prendere atto di una diffusa indistinzione, di una generale perdita di personalità estetica e della scomparsa di momenti altamente simbolici: dove un tempo riconoscevo il sacerdote e la perpetua, l’avvocato e l’operaio, ora mi scorre davanti una massa omogenea e informe che è difficile da raccontare. Tutto qui.

A proposito di contemporaneità: lavora con le fotocamere digitali?
Sì, scatto anche con macchine digitali perché ho la fortuna di avere dei nipoti bravissimi ai quali affido i risultati del mio lavoro: sono loro che estraggono le immagini dal supporto di memoria perché io uso la fotocamera digitale come se avesse la pellicola… Tolgo la schedina e i miei nipoti trasformano questi impulsi in fotografia.

Gianni Berengo Gardin teme che tra qualche tempo scompariranno gli archivi perché la memoria digitale è effimera…
La perplessità di Gardin è condivisibile. Il digitale non è una “cosa”, non è “roba”, non è pellicola, insomma. Ma questo non mi impedisce di godere i grandissimi vantaggi che offre.

Un’ultima domanda: a che cosa sta lavorando?
Sto allestendo l’ultimo volume della collana “Italia della nostra gente”, una collezione edita dalla casa editrice Ecra per illustrare la bellezza e la civiltà del nostro Paese – piazze, borghi, fiumi, castelli, strade… Quest’anno il volume, che sto curando con Philippe Daverio, sarà intitolato “In lieto convivio”. Del resto, c’è l’Expo…

Pepi Merisio "Osteria del Sole"

“Osteria del Sole”

Pepi Merisio, "Paolo VI accende il cero pasquale"

“Paolo VI accende il cero pasquale”

Pepi Merisio, Riomaggiore

“Riomaggiore”

Photos via:

May 27, 2015