Le statue parlanti di Roma: Fb e Twitter dei tempi antichi (prima puntata)

Pasquino, Piazza di Pasquino

di Alberto Manodori Sagredo

La satira politica è la comicità dei giorni nostri. L’attore comico, che faceva ridere il pubblico, con le sue gag, le sue trovate, le sue battute, anche se riferite, come dai tempi del teatro latino di Plauto, alle abitudini dei contemporanei, alle contraddizioni dei loro comportamenti e alle umane ipocrisie, non riscuote più l’antico successo. Adesso imita gli uomini e le donne che sono e fanno politica e colloca spesso la propria satira, difesa giustamente dal principio di libertà, nello stesso agone politico che sembra prendere in giro.

Al pubblico tutto questo appare una novità, un nuovo costume satirico, fatto di imitazioni, caricature, battute di spirito, sia in televisione sia su Internet sia sulle vignette dei giornali, ma non lo è. Le origini della satira politica sono molto più antiche, perché le voci dissidenti o dell’opposizione hanno sempre parlato, utilizzando come strumento della comunicazione luoghi e monumenti delle città, da tutti conosciuti e riconosciuti come dotati di un’anima parlante.

Di solito erano statue, perché la figura umana di pietra riportava al senso di un tempo infinito, ad una sentenza scritta da una mano invisibile quale quella della storia.

A Roma le voci di pietra erano quelle di certe statue antiche, sistemate in alcuni punti della città a suo ornamento ed elette da una voce critica e clandestina, per timore della repressione istituzionale, ma riconosciuta dal consenso popolare, a personaggi parlanti, tramite l’affissione di carte o cartigli ove la stessa mano anonima aveva trascritto, di solito in versi, lo sfogo di un popolo non cieco né sordo, come a tanti sembrava.

Le statue parlanti – così sono state chiamate – sono cinque antiche e una scolpita in età moderna. Una è collocata all’angolo di un palazzo, un’altra lungo una via, una terza accanto al Campo Vaccino, una quarta a lato di una bella chiesa, una quinta in un cantone e l’ultima nella nicchia di una stradina che s’affaccia sulla principale arteria del centro storico di Roma.

Pasquino

La prima e la più famosa delle statue parlanti di Roma è quella chiamata “Pasquino”, e ancor oggi sta dove fu ritrovata: fu tirata fuori dalla terra che ricopriva un angolo dello Stadio di Domiziano, sulle cui rovine oggi sta piazza Navona. Quell’antico impianto sportivo (voluto dall’ultimo dei Flavi e che fu teatro del sadico martirio di sant’Agnese, la vergine romana cui è dedicata la bella chiesa del Borromini, di fronte alla Fontana dei Quattro Fiumi del Bernini) era probabilmente ornato da famose sculture. Tra queste vi doveva essere il gruppo raffigurante il momento dell’“Iliade” in cui Menelao, re di Sparta, trascina fuori dal campo di battaglia il corpo del coraggioso Patroclo perché i nemici non ne facciano scempio dopo averlo ucciso. Chi vuol vedere quel gruppo scultoreo nella sua forma completa ritorni con la memoria a quello dello stesso soggetto, esposto nella Loggia dei Lanzi a Firenze in piazza della Signoria.

Pasquino cominciò a “parlare” dal 1501, o almeno a quella data risale la sua prima documentazione fissata nel “Diario” del Burcardo, che riferisce della prima “pasquinata” indirizzata a papa Alessandro VI, costruita giocando sullo stemma araldico dei Borgia (in cui si vede un toro): «Ti predissi, o papa, che saresti stato un bue e ti predissi, o bue, che saresti stato papa».

A prendere la penna per far parlare Pasquino, nonostante le alterne sorti della censura papale, furono non solo anonimi scrivani, spesso ufficialmente analfabeti, ma, come si seppe in seguito, grandi scrittori come Pietro Aretino, Jacopo Sannazaro, Baldassar Castiglione.

D’altro canto la statua di Pasquino sta nel cuore del rione Parione, il centro, dal Rinascimento a tutto il Novecento, del maggior numero di librerie antiquarie, di botteghe di stampe e tipografie, insomma dello scrivere, pubblicare leggere. D’altronde nel rione o nei suoi pressi stanno ancora la Biblioteca Vallicelliana, quella Angelica e la Casanatense e c’era quella del Collegio Romano.

Insomma se l’arte dello scrivere segnava il rione di Pasquino, quella del pensare e del comunicare la propria opinione ne dettava i tempi e gli argomenti.

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Ovviamente l’autorità papale era il bersaglio più preso di mira e ciò non per motivi religiosi e ancor meno di fede – perché i motti e i versi di Pasquino mai sfiorarono dogmi, liturgie e atti della fede – ma sempre e solo quei comportamenti contradditori con i primi o troppo rivelatori degli umani difetti.

Così il grande san Pio V fu satireggiato per essersi compiaciuto delle persecuzioni contro gli eretici: «Quasi che fosse inverno, / brucia cristiani Pio siccome legna / per avvezzarsi al fuoco dell’Inferno».

Anche l’inflessibilità di papa Sisto V, il pontefice che rinnovò Roma nei soli cinque anni del suo pontificato, e che combatté strenuamente la piaga del brigantaggio nella campagna romana e sui monti del Lazio, è presa di mira da Pasquino, che considerando come l’Urbe e tutto il territorio sia percorso da guardie armate, recanti catene e mannaie, esclama: «Felice me, che son di marmo».

Ancora, quando fu eletto papa il cardinale Camillo Borghese, che prese il nome di Paolo V, cui si deve, tra l’altro, la facciata della Basilica di San Pietro, Pasquino se ne uscì così: «Dopo i Carafa, i Medici e i Farnese, or si deve arricchir casa Borghese».

E a papa Urbano VIII Barberini, quello che commissionò al Bernini il grande baldacchino della Basilica di San Pietro, Pasquino diceva: «Urbano VIII dalla barba bella / finito il giubileo, impone la gabella», con evidente riferimento alle tasse. Mentre così diceva, rivolto alla potente cognata di papa Innocenzo X, Donna Olimpia Maidalchini, dopo la morte del pontefice: Olimpia: «“Olim-pia”, nunc impia» (un tempo pia, devota, adesso empia, peccatrice).

E così di papa in papa, di avvenimento in avvenimento fino alla vigilia della Breccia di Porta Pia. Quando il Regio Esercito Italiano pose l’assedio alla Roma di papa Pio IX, nel mese di settembre del 1870, Pasquino si rivolse così al Pontefice, stavolta apponendo il messaggio ad una acquasantiera della Basilica Vaticana: «Santo Padre benedetto, / ci sarebbe un poveretto / che vorrebbe darvi in dono / questo ombrello. È poco buono, / ma non ho nulla di meglio. / Mi direte: “A che mi vale?”. / Tuona il nembo, Santo Veglio; / e se cade il temporale?».

La voce di Pasquino non si è mai spenta, anche se non è più la sola né ha più l’eco d’un tempo, superata dai moderni mezzi della comunicazione.

Resta celebre l’anonima pasquinata appesa alla statua nel 1938, alla vigilia della visita a Roma di Hitler: «Povera Roma mia de travertino, / te sei vestita tutta de cartone / pe’ fatte rimira’ da ’n imbianchino / venuto da padrone!».

Anche le altre statue parlanti hanno un nome: “Marforio”, “Madama Lucrezia”, “Abate Luigi”, “er Babuino” e infine “er Facchin de la Via Lata”. Esse ebbero “parlavano” quando a Pasquino veniva messa la mordacchia, in altre parole quando la statua era guardata a vista, giorno e notte, da guardie armate, cosa che non avveniva spesso, perché alla voce popolare si concedeva il necessario sfogo.

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Marforio

Tuttavia non sempre le cose andavano per il verso giusto e allora, se Pasquino taceva, ecco che a parlare era Marforio, grande figura di Oceano, adagiato tra i flutti, rinvenuta nell’area del Foro di Augusto e da lì trasferita davanti al Carcere Mamertino, lo stesso dove chiusero i giorni terreni i vinti di Roma e dove furono imprigionati anche gli apostoli Pietro e Paolo. Quindi, per volere dei papi, che ne temevano i versi, Marforio fu trasferito dinnanzi alla basilica di San Marco. Ma il viaggio per Roma di Marforio non ebbe termine, perché successivamente la statua fu portata sulla piazza del Campidoglio, dove poteva essere più facilmente sorvegliata a vista.

Quindi a metà del secolo XVII, per volere di papa Innocenzo X, spesso bersaglio di pasquinate, Marforio fu definitivamente collocato nel cortile di Palazzo Nuovo in Campidoglio, dove tuttora lo si può ammirare, ma dove ha perso la voce.

Di Marforio restano famosi i tanti dialoghi intrecciati con Pasquino, sicché i cartigli e i versi e le parole di scherno venivano ritrovati, al far dell’alba, sull’una e sull’altra statua, come nel caso di quello indirizzato alle autorità francesi, che nel 1799 avevano proibito a tutti i religiosi di indossare i segni della loro professione di fede o dell’appartenenza a ordini o congregazioni religiose, come l’allora molto in uso fazzoletto nero al collo. Marforio chiede a Pasquino: «Dimmi, Pasquino, che novità è questa mattina, che ti sei messo il fazzoletto negro? Che vi è qualche festa?»; e Pasquino gli risponde: «Ti dirò, hanno proibito alli preti che non portassero più il fazzoletto negro. Dunque l’ho messo io per dare l’olio santo alla Repubblica Romana!».

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Marforio, Palazzo Nuovo, Campidoglio

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July 30, 2014

Le statue parlanti di Roma: Fb e Twitter dei tempi antichi (prima puntata)

Roma
Piazza di Pasquino; Campidoglio