Le “Italian Ways” piene di coincidenze. Intervista con Tim Parks

di Paolo Mattei

Tim Parks mise piede per la prima volta in Italia quarant’anni fa. E lo fece scendendo da un treno. Era una mattina d’estate del 1974, e il ragazzo inglese aprì gli occhi sul profilo della Costa Azzurra che sfilava da dietro il finestrino dell’InterRail su cui stava sonnecchiando da qualche ora.

Oggi Tim Parks – che è nato a Manchester nel 1954 – è un affermato scrittore e giornalista, nonché docente presso l’Università Iulm di Milano. Vive stabilmente in Italia, ma l’avverbio “stabilmente” va relativizzato: forse sarebbe meglio dire “vive pendolarmente” tra Verona, città in cui risiede, e il capoluogo lombardo, dove lavora.

Da almeno vent’anni, da quando cioè ha incominciato a insegnare a Milano, la sua è una vita italiana “piena di treni”, che si sono moltiplicati non solo per obblighi professionali, ma anche per viaggi vacanzieri. A un certo punto, in questo suo incessante andirivieni tra stazioni, banchine e scompartimenti, ha incominciato a prendere appunti, con l’idea che forse si potesse capire l’Italia anche attraverso il sistema dei biglietti ferroviari o ascoltando gli annunci dei convogli in arrivo e in partenza sui binari.

Quegli appunti nel 2013 si sono trasformati in un libro battezzato “Italian Ways”, che per una simpatica coincidenza è lo stesso nome della nostra testata. E “Coincidenze” è proprio il titolo della traduzione italiana appena approdata nelle librerie (edita da Bompiani).

Le avventure ferroviarie di Tim Parks tra Milano e Palermo sono uno spaccato, divertente e drammatico, del Bel Paese. Al quale, naturalmente, l’ottimo “englishman in Italy” non risparmia critiche, quando evidentemente meritate.

Ma “Coincidenze” a nostro avviso rappresenta, in fondo, pure un atto d’amore, anche se l’autore forse non sarà d’accordo. Del resto, come scriveva il grande poeta latino Catullo – guarda caso nato proprio a Verona –, passione e meritocrazia non vanno sempre a braccetto: Amami quando lo merito meno, perché sarà quando ne avrò più bisogno.

Abbiamo posto a Tim Parks alcune domande.

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Da dove nasce la sua passione per i treni e le ferrovie italiane?
Non credo che “passione” sia la parola giusta. Quando si è costretti a vivere un’esperienza che dura nel tempo, tanto vale interessarsene. Io, dal 1992 mi sono trovato condannato al pendolarismo tra Verona a Milano. Dopo aver molto protestato contro questo triste destino, ho capito che, invece di lamentarmi soltanto sarebbe stato meglio cominciare a interessarmi a quell’esperienza. E più ci si interessa a qualcosa, più ci si appassiona…

Il suo libro contiene considerazioni e giudizi divertenti, ironici e talvolta “spietati” sui costumi degli italiani. In trent’anni di permanenza in Italia sente di aver contratto qualcuna delle “patologie antropologiche” più diffuse in terra italica?
Sarebbe strano, anzi, per usare la sua espressione, “patologico”, se non mi fossi in qualche modo adattato alla realtà in cui vivo. Non credo poi di essere “spietato”… Sono solo un osservatore che, per difendersi, cerca di ridere piuttosto che piangere. Se sono diventato più italiano è in quanto sono ormai molto meno ingenuo di un tempo. Quando vengo a sapere che ci sarà uno sciopero so che questo potrebbe voler dire tante cose. Quando mi viene comunicato che bisogna acquistare un biglietto prima di salire a bordo, so che questo non è sempre vero. Tutto è relativo, tutto è negoziabile, e io ho imparato a negoziare…

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Stazione Milano Centrale

L’impressione che si ha leggendo il suo libro è che lei sia particolarmente tagliente e intransigente con i difetti del mondo ferroviario del Nord e implicitamente più indulgente con quello meridionale.
Beh, in questo caso la risposta è molto semplice. La realtà è che il lungo viaggio al Sud che racconto nella seconda parte del libro l’ho compiuto per una vacanza. Quindi m’importava ben poco della puntualità. Durante il tragitto, tra una meta raggiunta e quella da raggiungere, facevo bagni in mare: ecco spiegato il mio buon umore. Oltretutto, nel caso delle condizioni delle ferrovie meridionali, direi che sarebbe inutile sparare sulla croce rossa…

Le pesa molto la “medietà” culturale che vive da trent’anni? «Riconosciuto ovunque come inglese ma non più davvero inglese», scrive nel libro. Si è abituato? Quali vantaggi ne ha tratto?
Guardi, se la gente pretende da me opinioni che non ho – sulla famiglia reale inglese, per esempio –, o giudizi su questioni che non mi interessano – che so: vizi e virtù degli italiani –, allora sì, direi che questa condizione mi pesa. D’altra parte, quando sei straniero in Italia, anche dopo trent’anni, la gente non ti prende mai davvero sul serio, perché sei considerato comunque fuori dai giochi, che in Italia sono sempre tra “noialtri”. Questo aspetto però, da un certo punto di vista, può rappresentare un gran vantaggio, oltre al fatto che essere uno straniero residente offre un’identità molto chiara, e a buon mercato.

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Stazione Milano Centrale

I paradossi italiani: lungimiranza e miopia; generosità e grettezza, razionalità e superstizione… Una serie di antinomie che convivono da secoli nella medesima terra e che producono altre antinomie, ma anche tanta bellezza. Si è dato una spiegazione a riguardo?
Come le ho accennato, mi guardo bene dall’offrire brevi definizioni del carattere nazionale italiano, ammesso e non concesso che ce ne sia uno. Dirò solo questo: in Italia l’appartenenza è sempre un valore importantissimo – la famiglia, la città, la regione, la “corporazione”… –, ma è un’appartenenza che non coincide mai con la nazione Italia. Allora la vita è una lotta costante tra gruppi contrapposti…

Che tipo di reazioni sta registrando tra gli italiani che hanno letto “Coincidenze”? E tra i lettori stranieri di “Italianways”?
Mah, per il momento devo constatare che la risposta dei lettori italiani è stranamente positiva. E la cosa un po’ mi sorprende, perché non faccio altro che descrivere una realtà che loro conoscono bene… Inglesi, americani, tedeschi e olandesi sono stati tutti molto generosi. Mi ritengo fortunato…

“Italian Ways” – in questo caso il nostro giornale on-line, non il suo romanzo – desidera raccontare al mondo la bellezza italiana in tutti i suoi aspetti. In Italia manca uno strumento mediatico che abbia l’aspirazione a essere tendenzialmente “esaustivo” in tal senso. Secondo lei è una “impossible mission”?
L’Italia non è un Paese piccolo. Mi stupisco sempre, quando visito qualche regione che non conosco, di scoprire bellezze di cui non avevo mai sentito parlare. È inutile preoccuparsi di essere “esaustivi”. Meglio gioire dell’idea che ci sarà sempre qualche altro gioiello di cui parlare…

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Stazione Milano Centrale

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Stazione Milano Centrale

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Stazione Termini di Roma

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December 22, 2014