Le “Carceri d’invenzione” di Giovanni Battista Piranesi

Le “Carceri d’invenzione” di Giovanni Battista Piranesi (1720-1778) sono, secondo Marguerite Yourcenar, «una delle opere più segrete che ci abbia lasciato in eredità un uomo del XVIII secolo». Per la scrittrice belga, le sedici incisioni che l’artista veneziano realizzò fra il 1745 e il 1750 rappresentano «la negazione del tempo, lo sfalsamento dello spazio, la levitazione suggerita, l’ebbrezza dell’impossibile raggiunto o superato». Hanno le peculiarità del sogno. O, per meglio dire, dell’incubo.

Ma, a differenza di quanto accade nell’attività onirica, qui la vertigine provocata dalle forme labirintiche, dagli inganni prospettici, dall’affollarsi e dal moltiplicarsi di figure, è dominata dal preciso e vigilante controllo del pensiero dell’artefice che costruisce un mondo geometrico le cui misure sono il risultato di una «molteplicità di calcoli che si sanno esatti e che conducono a proporzioni che si sanno sbagliate», sempre secondo la Yourcenar.

Piranesi, rivoluzionando gli stilemi canonici della rappresentazione della prigione – gabbia di ferro o cella chiusa da massicce sbarre –, esprime l’angoscia di una concezione dell’esistenza come eterno inarrestabile ritorno del dolore e del male.

Le “Carceri d’invenzione” hanno influenzato artisti romantici e surrealisti. Ma anche contemporanei. E non solo Escher.

December 14, 2013