Le biciclette di Mario Schifano

Se c’è un artista che ha saputo interpretare il meglio dell’anima italiana nell’ultimo scorcio di secolo, questo è stato Mario Schifano. Romano di nascita, interprete libero e per nulla omologato della pop art, Schifano ha vissuto la sua avventura artistica come una grande corsa, non tanto per raggiungere un traguardo, quanto per agguantare tutti gli stimoli che la realtà di una paese naturaliter meraviglioso come l’Italia gli forniva ad ogni passo. Schifano non ha mai avuto la pretesa di fare discorsi sull’Italia, semplicemente ha fatto suo un Paese, nel bene e nel male. Lo ha metabolizzato e trasformato in pittura.

 

Schifano è stato artista in moto perpetuo, incapace di deporre il pennello. Ma è stato artista sempre leggero, sgombro da pensieri complessi. Un artista fluido, che ad un certo punto della sua vita ha trovato in un oggetto un proprio simbolo. Questo oggetto era la bicicletta. Non che fosse uno sportivo: da buon romano era tipo che non capiva il senso di fare fatiche inutili (la sua pittura esprime tutte le dimensioni della vita, tolta la fatica). Per questo non era affatto ciclista, era piuttosto lui stesso una bicicletta. O meglio, lo era la sua pittura: fluida, leggera, agile, semplice e ovviamente sempre in movimento, sempre “sulla strada”.

 

Schifano realizzò le prime biciclette nel 1982: un’opera subito grande, tutta in orizzontale, come di una corsa vista dal lato delle strada. Colpisce di quel primo quadro, oggi conservato in una raccolta privata milanese, lo scompaginamento dei telai e delle ruote: ci sono più ruote che manubri e selle, come ad esprimere la voglia di correre ancora di più, la felicità di scivolar via, grazie a quelle perfette rotondità verso percorsi che non finiscono mai. Nell’improvvisazione radiosa di quella pittura infatti il disegno delle ruote si stacca: preciso, perfetto, di una rotondità che richiama immediatamente un senso di felicità.

 

È del 1984 un altro quadro stupendo, anche questo teso tutto per il lungo (4 metri per 2), in cui per la prima e unica volta sulla bicicletta troviamo anche un ciclista: Solo, è il titolo della tela. Incurvato sul manubrio, con una maglia gialla luminosa come i campi di grano che sta attraversando, il ciclista spinge sui pedali, con una voracità che lo porta ad immaginare di avere non solo le sue ruote, ma anche tutte quelle che ne accompagnano la corsa. Ma, ci dice Schifano, lui è Solo. Quindi quelle ruote che animano il quadro sono tutte davvero sue, visualizzazione di quel desiderio di andare più veloce, di correre ancora di più per non farsi scappare la bellezza del mondo. Attorno c’è l’aria; tanta aria di un blu intenso che l’attende, che lo abbraccia, che gli dà respiro, che lo risucchia. È l’aria di quell’Italia che Schifano sentiva sempre sulla propria pelle.

La maglia gialla allude a quell’altra felice avventura ciclistica che Schifano ebbe l’opportunità di correre: nel 1989 gli organizzatori del Tour de France gli ordinarono di disegnare il set di tutte le maglie, a iniziare ovviamente dalla maglia gialla. Pur andando in “trasferta” Schifano conservò intatta quella sua idea di bicicletta come strumento di libertà. E stimolato da quell’occasione riprese anche mettere altre biciclette sulle tele. Biciclette sole, come dei cavalli che attendono il loro cavaliere: tracciate con il pennello tutte in un fiato, pensate per collezionisti che davanti a quelle tele avrebbero potuto sognare di poter salire in sella e iniziare corse meravigliose, nell’aria blu di un paese inarrivabile per la sua bellezza.

Questo era Schifano, artista che per una straordinaria grazia ricevuta, sapeva sempre rovesciare l’immensa inquietudine che lo abitava in immagini sempre impregnate di felicità. Un artista che con la pittura riusciva a correre e a volare.

Giuseppe Frangi

December 14, 2013