L’Appia ritrovata: in viaggio con Paolo Rumiz sulla “Regina viarum”

“L'Appia ritrovata. In cammino con Paolo Rumiz e compagni”

Un gregge di capre attraversa l'Appia Antica, non lontano dal Grande Raccordo Anulare di Roma

Il giornalista e scrittore Paolo Rumiz ha fatto un viaggio particolare. Con un “manipolo “ di suoi amici – Irene Zambon, Alessandro Scillitani e Riccardo Carnovalini –, un giorno di metà maggio del 2015 ha imboccato la via Appia, la “Regina viarum” come la ebbe a definire il poeta latino Stazio con un’espressione divenuta celeberrima.

E l’ha percorsa a piedi. Tutta. Da Roma a Brindisi, più o meno 360 miglia romane, 612 chilometri, 29 giorni di cammino e circa un milione di passi.

L’avventuroso viaggio si è concluso il 13 giugno 2015, lo stesso giorno in cui, 2.327 anni prima, nel 312 a.C., il censore Appio Claudio Cieco diede il via ai lavori per la costruzione di quella che in centoventi anni sarebbe diventata una delle più rilevanti opere di ingegneria del mondo antico: la via Appia si sarebbe infatti spinta molto più in là del progetto iniziale, raggiungendo la penisola salentina.

L’obiettivo di questo pellegrinaggio laico è stato quello di rinvenire un tracciato che nei secoli è andato perduto, nascosto tra tangenziali, parcheggi, supermercati, campi da arare.

Ne è nato un libro“Appia”, Feltrinelli, Roma 2016 –, e una mostra fotografica – “L’Appia ritrovata. In cammino con Paolo Rumiz e compagni” – visitabile fino al prossimo 18 settembre all’Auditorium Parco della Musica di Roma.

Nonostante tutto, l’Appia c’è ancora, ha resistito, testardamente, indicando una direzione nel cuore del Mediterraneo, spiega nel suo libro Paolo Rumiz. Che così accenna in uno dei suggestivi passaggi del suo zibaldone, una risma di appunti italiani dove la ricerca del passato affonda solidamente i piedi nel presente:

Il paesaggio elargiva una sorpresa dietro l’altra, regalava all’occhio salti di prospettiva impensabili sul “cammino francese” per Compostela. L’Appia surclassava Santiago. Era l’ombra di Artemide sul Lago di Nemi, cratere di vulcano spento col bosco sacro dove James Frazer ambienta l’esordio del “Ramo d’oro”.

Era lo scoglio di Terracina a precipizio sul Tirreno, col tempio di Giove Anxur, possente e isolato segno di fuoco per i naviganti. E avanti, in perpetua metamorfosi, l’arcigno crinale degli Aurunci tempestato di fiori gialli; la costa abbacinante di Lestrigonia, fra Gaeta e Formia, da cui Omero trae la storia dei giganti antropofagi.

I monti arcani del Formicoso, con l’Appia che cambia versante e offre spettacolari balconate sul Sud. Il bastione del Vulture ribollente di acque plutoniche, e le Murge bruciate dal sole, e le ombrose Gravine, e lo sterminato mare di grano del Tavoliere pettinato dal vento….

Photos via:

July 12, 2016

L’Appia ritrovata: in viaggio con Paolo Rumiz sulla “Regina viarum”

Auditorium Parco della Musica
Viale Pietro de Coubertin, 30
+39 06 80241281