La Triennale di Milano: l’Italia che tutto il mondo ammira. Intervista con Andrea Cancellato

Se si mettono a tema in modo superficiale, come hanno fatto e fanno alcuni media, il “silenzio” o l’“assenza” ventennale dell’Esposizione internazionale della Triennale di Milano, la cui ultima edizione, la XXI, si è tenuta l’anno scorso, Andrea Cancellato è tranchant:

«Per la verità, non c’è stato alcun silenzio nei vent’anni intercorsi tra la XIX Esposizione internazionale del 1996 e la XXI del 2016, intitolata “21st Century. Design After Design”. C’è stata un’edizione “irregolare”, la XX, “La memoria e il futuro”, organizzata tra il 2001 e il 2004: essa ha cambiato radicalmente l’impostazione della Triennale. Da istituzione culturale impegnata nell’organizzazione di un’esposizione internazionale ogni tre anni, è diventata una struttura di produzione culturale continuativa, dodici mesi all’anno, realizzando al proprio interno perfino un museo, il Triennale Design Museum. In questi anni, dal 2002, la Triennale di Milano ha organizzato ben 59 mostre all’estero attorno alla storia e alle vicende contemporanee del design italiano, toccando tutti i continenti. Non siamo stati mai assenti».

Lombardo, classe 1955, Andrea Cancellato è dal 2002 direttore generale della Fondazione “La Triennale di Milano”, istituzione culturale italiana fondata nel 1923 che si occupa di architettura, urbanistica, design, arti decorative, moda, artigianato, industria e nuovi media realizzando mostre, eventi e convegni. Un punto di riferimento di respiro internazionale.

A Cancellato – che dal novembre 2015 è anche presidente di Federculture, Federazione delle aziende e degli enti di gestione di cultura, turismo, sport e tempo libero – abbiamo posto alcune domande.

A un anno dal termine della XXI edizione, come giudica questa esperienza?
È stato un lavoro complesso riprendere la regolare Esposizione internazionale poiché, essendo l’unica al mondo riconosciuta dal Bie – Bureau international des Expositions –, ha dovuto attendere “il suo turno”, dopo l’Expo di Milano del 2015. La ripresa è stata, quindi, la cosa più importante e ci ha ricollocati fra le esposizioni periodiche – biennali, triennali, eccetera – con una folta partecipazione internazionale: sono state ben 42 mostre da Paesi stranieri.

Qual è il peso e l’importanza della Triennale nel mondo in questo inizio di terzo millennio?
È una risposta che non possiamo dare noi. Osservo, al riguardo, come in occasione della settimana del Salone del Mobile a Milano, tutti gli organizzatori delle oltre novanta “Design Week” che si svolgono nel mondo tengano il loro summit annuale in Triennale. Ci sarà un motivo, oltre alla bellezza della location…

Come valuta dal suo osservatorio privilegiato lo stato di salute del design italiano? È ancora un punto di riferimento internazionale e un valido strumento culturale per raccontare le eccellenze italiane al mondo?
Indubbiamente la competizione internazionale nel campo del design si è accentuata da quando molti Paesi, in particolare quelli di nuova economia come gli Stati asiatici, hanno cominciato a investire ingenti risorse nella formazione di giovani progettisti. È naturale che l’Italia sia il campo di battaglia. Dal mio osservatorio sono convinto che il “sistema italiano del design” sia ancora quello di riferimento e che, proprio per questo, occorra lavorare, in Italia e all’estero, per accrescerne l’influenza attraverso investimenti nella ricerca, nella formazione, nell’innovazione e nella promozione. Con il Ministero degli Affari esteri e con quello dei Beni culturali abbiamo promosso, dal 2 marzo 2017, l’“Italian Design Day”, una giornata internazionale per la promozione del design italiano che si è svolta, con 162 eventi, in 87 città del mondo. E continueremo anche per gli anni a venire.

La Triennale è una “vetrina” internazionale non solo per il design, ma per tutte le “discipline del progetto”: architettura, arti applicate, moda, arti visive, nuovi media… Anche in questi ambiti l’Italia è ancora considerata un’eccellenza?
Le arti applicate sono un grande punto di forza dell’Italia che è uno dei pochi Paesi al mondo capace di coniugare la qualità progettuale alla qualità del fare. Fin che sarà un Paese manifatturiero, l’Italia sarà “il Paese da battere” nel campo del design, della moda e dell’architettura.

Quali sono le difficoltà più grandi che incontra nel lavoro di promozione e valorizzazione della creatività italiana?
La difficoltà maggiore sta sempre nel divario tra la volontà di fare e le risorse occorrenti per realizzare tutti i progetti. Le idee non mancano e, comunque, sono il migliore punto di partenza.

Quando si parla di creatività e di cultura si parla di mercato del lavoro, di imprese, di occasioni di investimento importanti soprattutto per i giovani. Qual è il panorama in tale prospettiva, nel presente momento di crisi?
Il periodo peggiore della crisi economica del nostro Paese è stato superato ma i giovani ne hanno subito le conseguenze maggiori in quanto soggetti più deboli. Come ho già detto, occorre investire in ricerca e in innovazione: in questi ambiti i nostri giovani, che sono molto preparati e in gamba, sapranno fornire tutto il loro apporto creativo e progettuale.

A proposito di mercati: quello cinese è ormai da qualche anno un obiettivo imprescindibile per tutte le realtà imprenditoriali con un respiro internazionale. Quali sono attualmente i rapporti fra la Triennale e la Cina?
La Cina è l’altro grande Paese manifatturiero, insieme alla Germania e all’Italia, che investe nel design. È una nazione molto attenta, che ha partecipato con tre mostre – da Pechino, Shanghai e Tianjin – alla nostra Esposizione internazionale dello scorso anno. Alla Cina riserviamo particolare attenzione, tanto è vero che da qualche settimana, per conto del nostro Mibact, abbiamo allestito presso il National Museum di Pechino una grande mostra, che sta avendo un notevolissimo successo, tratta dalla seconda edizione del nostro Triennale Design Museum, dal titolo “Serie Fuori Serie”.

Lei, oltre a dirigere la Fondazione della Triennale, presiede anche Federculture: in che modo dialogano queste due importanti istituzioni?
Il dialogo tra Triennale e Federculture è lo stesso che c’è con tutte le altre importanti istituzioni culturali del nostro Paese. Tutti impegnati a migliorare la proposta culturale e a sostenere lo sforzo di rinnovamento dello Stato nei confronti della tutela e della valorizzazione del nostro grande patrimonio culturale, sia quello storico che quello contemporaneo. È un compito riferito al miglioramento della vita delle nostre comunità ed è anche un dovere verso uno dei fattori di sviluppo e di competitività del nostro Paese in campo internazionale se pensiamo, ad esempio, al turismo culturale. Una missione fondamentale anche per la reputazione del nostro Paese, il più impegnato nella salvaguardia dei beni culturali.

Come giudica i rapporti degli organismi culturali che dirige con le istituzioni governative? C’è collaborazione?
Ci deve essere soprattutto dialogo, nel senso che Federculture ha il compito di presentare e rappresentare al Governo e per esso al Ministero le istanze delle imprese culturali – come ad esempio i musei e le fondazioni – oltre che del sistema degli enti locali impegnati direttamente nella gestione culturale. Il dialogo c’è nelle parole, negli impegni e nei fatti. Abbiamo riconosciuto al ministro Franceschini uno sforzo di ricentralizzazione del suo Ministero nell’agenda politica del Paese. Questo sforzo deve continuare negli anni a venire, consolidarsi, ad esempio nell’estensione dell’Art Bonus – una delle intuizioni più felici –, e rafforzarsi, come nel sostegno del consumo culturale (anche come antidoto del terrorismo). Siamo certi che il ministro sarà d’accordo.

Andrea Cancellato

Andrea Cancellato

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July 6, 2017

La Triennale di Milano: l’Italia che tutto il mondo ammira. Intervista con Andrea Cancellato

Milano
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