La “Pietà Rondanini” di Michelangelo, incunabolo dell’arte contemporanea

Pietà Rondanini, Michelangelo Buonarroti, Castello Sforzesco, Milano

La “Pietà Rondanini” – elaborata in due fasi, la prima tra il 1552 e il 1553, la seconda tra il 1555 e il 1564 – è la grande opera non finita di Michelangelo, sulla quale lavorò con scalpello, subbia e gradina fino agli ultimi giorni della sua vita. È conservata nel Castello Sforzesco di Milano.

È la rappresentazione di un’infinita pietà – quella della Madre per il proprio Figlio morto –, e proprio in quanto infinita, impossibile da circoscrivere in un lavoro finito. Infinita pietà, per dirla con le parole del medesimo Michelangelo, che nemmeno il marmo da cui la mano dell’artista, “obbediente all’intelletto”, trae l’opera, può circoscrivere «col suo superchio».

Lo storico dell’arte Giulio Carlo Argan ha scritto che il valore di quest’opera è dato proprio dal suo essere presentata come un frammento: quasi un pensiero che non può essere espresso se non per frasi mozze e per accenti tronchi, per sùbiti attacchi ritmici che altrettanto subitamente si spengono.

Secondo Massimo Lippi, artista senese, con la “Pietà Rondanini” inizia l’arte moderna e contemporanea:

Michelangelo ha sentito la fine dell’epoca. Lui aveva una forza più grande che non poteva sottostare ai canoni stabiliti dalle accademie. Reinventa tutto e spiazza coloro che ormai si erano abituati alle novità di Brunelleschi. Nella “Pietà Rondanini” le regole del fare arte sono state sormontate da una potenza istintuale che era il confronto ultimo, diretto e definitivo fra un’anima e Dio. Aveva novant’anni e a Roma il suo rumore si sentiva appena: un colpo di tosse e uno di mazzolo, col gesto degli scalpellini di Settignano da cui aveva succhiato l’arte.

Questa “Pietà” è l’incunabolo dell’arte contemporanea. Quelle gambe lisce, polite, battute dalla luce, mentre la parte alta è ancora un bozzolo scolpito rozzamente dalla subbia e dalla gradina… Non è una vera e propria “Pietà”, ma è già presentazione dell’imminente aurora del mondo, la Risurrezione.

Michelangelo procede per abbreviazioni, per sincopi, per sottrazioni, per “ablatio”, eliminazione di tutto ciò che è di troppo per arrivare all’essenziale. È anche sproporzione e paradosso – Maria così giovane, “figlia del tuo Figlio”… Non c’è la sacralizzazione della forma. Questa opera non rappresenta la fine dell’arte cristiana, ma la fine della presunzione di chi, invertendo la prospettiva, si era convinto di poter creare da sé la bellezza.

L’artista, sembra dire Michelangelo, può con l’aiuto di Dio cercarla nel creato e ridonarla a Lui e alla Sua Chiesa. Questo atteggiamento è modernissimo (“Quella scintilla di bellezza che dà gloria a Dio”, intervista con Massimo Lippi, in “30Giorni”, gennaio 2008).

December 4, 2015

La “Pietà Rondanini” di Michelangelo, incunabolo dell’arte contemporanea

Milano
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