Luisa Casati: “inafferrabile come un’ombra dell’Ade”

di Barbara Palladino

“Voglio essere un’opera d’arte vivente”: questa è la frase che giace come epitaffio nella memoria comune, quando si pensa alla Marchesa Luisa Casati Stampa. Personaggio entrato nell’immaginario come uno dei più anticonformisti ed eccentrici del Novecento, ha ispirato artisti del calibro di Giovanni Boldini, Filippo Tommaso Marinetti, Fortunato Depero, Kees Van Dogen, Giacomo Balla, Man Ray e Cecil Beaton, che l’hanno eletta a loro musa e ritratta come una divina ammaliatrice. Jean Cocteau disse di lei: “Non si trattava più di piacere o non piacere, né tantomeno di stupire. Si trattava di sbalordire”.

Luisa Casati nasce a Milano nel 1881 da una ricca famiglia di industriali tessili. Figlia di Alberto Amman e Lucia Bressi, sposa, appena diciannovenne, il Marchese Camillo Casati Stampa di Soncino, che le dà il titolo e l’ascendenza nobile che da nouveaux riche le mancava. Ben presto il ruolo di sposa le và stretto e inizia una turbolenta relazione con Gabriele D’Annunzio, diventandone musa e “Corè”, mentre il Vate fu per sempre il suo “Ariel”, lo spirito irriverente de “La Tempesta” di Shakespeare. Da lì in poi, la Marchesa Casati inizia la costruzione della propria “maschera“.

Ispirandosi alle due icone femminili da lei ammirate, ovvero Sarah Bernardt e la Contessa di Castiglione, tinge i capelli di rosso fuoco, bistrando gli occhi di nero e dilatando le pupille con gocce di belladonna. La pelle è diafana, sotto strati di cipria. Anche le case che abita mutano a propria immagine e somiglianza: via i broccati rossi e i mobili dorati, trasforma gli interni con l’utilizzo del bianco e nero, pavimenti in alabastro e uccellini a molla in gabbie appese al soffitto.
Convinta da D’Annunzio, che la definisce “inafferrabile come un’ombra dell’Ade“, prende casa a Venezia, nel decadente Palazzo Venier dei Leoni (poi acquistato da Peggy Guggenheim). Popola il giardino con gattopardi, merli albini di cui colora le ali, tigri e boa, che la accompagnano nelle sue scorribande. Si aggira nella Serenissima con un ghepardo al guinzaglio con un collare di diamanti, facendosi accompagnare da un servo di colore che la illumina con delle torce, in modo che tutti possano vederla.
Le sue feste sono famose ovunque: con la Marchesa Casati, Piazza San Marco diventa una sala da ballo dove energumeni vestiti con panni rossi e incatenati gli uni agli altri impediscono alla folla di entrare.
Nel 1913 si presenta ad una festa all’Ambasciata di Roma, vestita d’oro e accompagnata da servitori verniciati nella stessa tinta preziosa, con un pavone al guinzaglio.
Man Ray la ritrae nel 1922 in uno scatto “magico”, con doppi occhi: un paio per guardare, l’altro per essere guardati.

Quando nel 1914 Parigi viene occupata dai soldati, lei risiede al al Ritz di Place Vendome. La Belle Epoque finisce e la “Divina Marchesa” diventa musa dei Futuristi: Marinetti, Carrà, Depero, Balla, Boccioni.
La morte della sorella Francesca la spinge a viaggiare in Polonia, Francia, Ungheria, Scozia, Inghilterra, India, trasferendosi prima a Capri e poi nuovamente a Parigi, dove acquista il Palais Rose, appartenuto al poeta Robert de Montesquiou, che arreda secondo il proprio gusto, con oro, bianco e nero, animali esotici come cobra e tigri e una pantera meccanica che usa come deterrente per i ladri.
Colleziona i propri ritratti, dipinti e immagini fotografiche, arrivando a possederne 130, firmati dai più grandi artisti della sua epoca, da Giovanni Boldini a Giacomo Balla, da Catherine Barjansky a Cecil Beaton.
Le sue spese folli iniziano a dissipare il cospiquo patrimonio. Negli anni, infatti, accumula  debiti per un cifra pari a venticinque milioni di euro di oggi. Dopo aver messo all’asta i propri beni, vive in Italia e Francia, per poi trasferirsi a Londra, dove si aggira per la città vestita con logori abiti in velluto, veletta e guanti in pelle di leopardo. Gli occhi che avevano incantato poeti e artisti, ora sono truccati con il lucido da scarpe, perché i cosmetici sono ormai troppo costosi.

La Marchesa Casati muore nel 1957, sepolta con un mantello bordato di leopardo e un pechinese inbalsamato ai piedi. La nipote sceglie per lei l’epitaffio che Shakespeare usò per raccontare Cleopatra: “L’età non può appassirla. Né l’abitudine rendere insipida. La sua infinita varietà“. Il suo mito sopravvive ancora oggi, nell’immaginario artistico dei creativi di tutto il mondo, che la celebrano come icona femminile e paladina audace e irriverente.

September 20, 2019