Italia, amore mio. Intervista con Emmanuel Guibert

Emmanuel Guibert, Italia

Roma, Piazza Farnese

di Paolo Mattei

Qualcuno di recente ha consigliato a Emmanuel Guibert la lettura di un famoso romanzo di Chaim Potok (1929-2002), “Il mio nome è Asher Lev”. In questo best seller del 1972, lo scrittore statunitense – ma anche studioso delle Sacre Scritture, rabbino e artista – racconta la vicenda travagliata di un giovane ebreo con un eccezionale talento per la pittura che lo conduce a un doloroso allontanamento dalla comunità chassidica newyorkese di cui fa parte.

Guibert dice di essere stato colpito soprattutto dalla descrizione degli inizi dell’esperienza artistica:

«Ho riflettuto tanto su tutto quello che concerne l’esperienza del “giovane disegnatore”. Alcuni anni fa mi invitarono a illustrare una monografia che mi volevano dedicare. Chiesi ironicamente che fosse intitolata “monografia prematura” perché sinceramente mi sembrava ancora un po’ presto per realizzare un saggio sul mio lavoro…».

Emmanuel Guibert, classe 1964, è un disegnatore parigino di fama internazionale, autore di storie a fumetti che spaziano dal genere fantastico a quello realistico (“Sardina dello Spazio”, “Les Olives Noires”, “La figlia del professore”), nonché di graphic novel di natura documentaristica come “Il fotografo” e “La guerra di Alan”.

L’ultima fatica di Guibert è un libro di disegni intitolato semplicemente “Italia” (Dupuis, Parigi 2015): una bellissima raccolta di strade, piazze, opere d’arte, monumenti e volti italiani ritratti con matite e acquarelli nel corso dei suoi frequenti viaggi nel Bel Paese. Un dono appassionato a una terra che l’artista francese ama da sempre, e alla quale è particolarmente legato anche perché ha sposato una donna italiana.

Lo abbiamo intervistato per farci spiegare com’è nata l’idea di realizzare un’opera del genere. Ma anche per farci raccontare qualcosa della sua storia. E in ogni storia, gli inizi sono fondamentali, come insegna “Asher Lev”.

«La lettura del romanzo di Potok mi ha dato l’occasione per ripensare alla mia esperienza di disegnatore. Ho scandagliato la mia infanzia, tornando con la mente ai primissimi anni della mia vita. Gli inizi sono veramente il cuore di tutto, così come lo stupore di fronte alla realtà».

Stavi accennando a quel libro monografico sulla tua opera che ti avevano proposto di realizzare…
In quell’occasione mi sono riavvicinato alle mie esperienze più remote riaprendo alcuni quaderni di disegni fatti quando ero bambino e anche certi libri letti a quel tempo, il tutto provvidenzialmente conservato dai miei genitori. Ho ritrovato le mie primissime composizioni, quelle tipiche dei bambini piccoli: macchie e linee che significano qualcosa soltanto per chi le ha tracciate.

E che ti è venuto in mente guardando quelle opere primigenie?
Innanzitutto mia figlia Cecilia, che all’età di due anni mi mostrò un foglio con una grossa macchia nel centro. Mi disse: «Ecco il tuo ritratto». Lei era assolutamente convinta di aver disegnato suo padre e così, attraverso i suoi occhi e la sua esperienza, mi sono ritrovato in una particolare regione della memoria che conserva una specie di “preistoria” personale, alla quale nessuno da adulto di norma ha più accesso. Attraverso mia figlia mi sono riconnesso alla sensazione di pura energia che si prova nel realizzare quei disegni astratti. Essi sono lo sfogo di una vitale e incontenibile pressione interiore.

Sensazioni che poi si trasformano col tempo, immagino…
A poco a poco, con gli anni che passano, emergono le motivazioni, le ragioni del fare arte, e insieme a esse arriva la frustrazione…

Che intendi dire?
Che si incominciano a guardare anche i disegni degli altri, a fare confronti con il modo in cui gli altri rappresentano la realtà. Ero ancora piccolo quando provai le prime sensazioni di frustrazione.

Una fatica difficile da sostenere… Tu però ce l’hai fatta.
In effetti, la frustrazione è il motivo per cui normalmente si smette di disegnare. La maggior parte delle persone ti raccontano che verso gli otto-nove anni hanno appeso al chiodo matita e pennelli perché non ne potevano più di sentirsi umiliati dall’incapacità di dare forma all’intuizione, all’immagine interiore, alla fiamma che avevano dentro la testa. È una sensazione sgradevole, spesso insopportabile, nella quale però io, da ragazzino, percepivo anche una sorta di piacevole attrazione che mi ha permesso di utilizzarla come motore per continuare.

Fino ad arrivare a oggi, e a questo splendido libro sull’Italia, che sembra il dono di un innamorato…
Sì, davvero. Mi sono reso conto che, una volta conosciuta, molti anni fa, sarebbe stato insopportabile non poterla rincontrare. Le ero definitivamente legato. Il mio cuore batteva soltanto a sentirne parlare la lingua. Un amore per l’eternità.

Una volta hai detto che per te arrivare in Italia è stato come «aprire una porta a sud-est della Francia, entrare in una stanza più luminosa, dove quello che si vede dalla finestra è più azzurro…». È ancora così?
È ancora così, anche se adesso conosco le differenze fra le varie parti d’Italia. All’epoca vedevo solo “una stanza”, adesso conosco un mondo, fatto di storie ed esperienze diverse. Però l’impressione sostanziale è rimasta quella: quando entro in Italia, entro in un colore meraviglioso.

Però nel 2010 hai anche affermato: «Non avrò mai l’ambizione di mettere l’Italia in un libro». Ti sei contraddetto… Oltretutto tu prediligi le storie, o i soggetti di cronaca. «Sono un biografo», hai affermato più volte, «racconto storie degli altri, faccio biografie degli altri, e le voglio condividere». Qui queste storie non pare ci siano…
In effetti, all’inizio del progetto mi sono chiesto se dovessi accingermi a scrivere dei racconti, delle storie, oppure no. Ho già pubblicato libri dedicati a vari luoghi del mondo, come quelli su Parigi, sul Giappone, sulla Normandia [“Le Pavé de Paris”, Futuropolis, Parigi 2007; “Japonais”, Futuropolis, Parigi 2008; “La Campagne à la mer”, Futuropolis, Parigi 2007, ndr]: in quelle pagine ci sono dei testi scritti. Alla fine ho deciso di realizzare un libro “muto” con l’idea che l’assenza di parole avrebbe dato più spazio all’immaginazione dei lettori – in questo caso sarebbe meglio dire “delle persone che guardano”. Ho l’impressione che in questi disegni, pur carichi di mie vicende personali, ognuno possa trovare il proprio posto, e sognare, pur non conoscendo i luoghi in cui sono stati realizzati.

È un libro corposo, di formato abbastanza grande…
Sì, è così che lo volevo. Prima parlavamo della porta sull’Italia che si aprì davanti a me alcuni anni fa. Ebbene, per restare nella metafora, con questo libro ho provato a costruire perlomeno una finestrella dove chiunque possa sporgersi, e così entrare, con la testa e le spalle, dentro gli spazi delle architetture e dei paesaggi rappresentati. Forse è questa la ragione per la quale ho fatto un po’ di fatica a individuare la casa editrice giusta. È un progetto sontuoso, e soprattutto in questi tempi di crisi è stato difficile trovare chi fosse in grado di sostenerlo economicamente. E comunque l’editore che si è preso la briga di realizzarlo mi ha chiesto in cambio un sovrappiù di fatica…

Di che tipo?
Ha voluto che firmassi tutte e tremila le copie pubblicate, perché così gli sarebbe stato più facile venderle. Per farlo, ci sono volute otto ore e l’aiuto di quattro persone, che a fine giornata erano completamente spossate.

Addirittura…
Difficile rendersi conto della pesantezza dell’operazione se non la si fa. Nelle prime due ore la cosa pare sopportabile: sollevi il libro, lo apri, lo firmi. Dalla terza ora il libro comincia a diventare pesante, poi via via pesantissimo. Le persone che mi aiutavano erano ragazzi di vent’anni, e a fine giornata pareva ne avessero cento… È stata comunque un’esperienza interessante, ho scoperto un mondo di lavoratori che fino ad allora mi era sconosciuto.

Ossia?
Nel capannone della bainlieu parigina in cui ho firmato le copie, arrivano ogni mattina presto molte persone per incollare a mano gli sticker sulle copertine dei libri. Ho conosciuto un popolo di operai precari generosissimi, che ci hanno spesso dato una mano…

Come è nata l’idea di “Italia”?
Come ti accennavo, ho già fatto altri libri dedicati a regioni, Paesi e città del mondo. Li ho realizzati insieme al mio amico Frédéric Lemercier, che conosco da quando avevo diciannove anni. A differenza di altre pubblicazioni, che mi piace portare a termine in solitaria, per questo tipo particolare di libri sento davvero il bisogno fisico di avere Frédéric accanto a me. Senza il suo aiuto mi sentirei perso. Ha tantissime qualità, e oltre a essere un graphic designer di gran talento, possiede a mio avviso l’“occhio assoluto”: mi colpiscono sempre i suoi giudizi sui disegni, e il suo modo geniale di metterli in relazione fra loro.

Come avete lavorato?
“Italia” è il frutto di una selezione operata in un oceano di disegni, nel quale abbiamo nuotato per settimane. Un’operazione di selezione che, anche grazie alla genialità associativa di Frédéric, è stata divertente e mai scontata. Una scelta fatta in assoluta libertà, totalmente slegata da qualsiasi strategia commerciale e da qualsivoglia obiettivo economico… È accaduto, per esempio– ma accade sempre –, che certe cose abbastanza “deboli” siano entrate nel libro e altre tecnicamente più riuscite ne siano rimaste fuori… Per affrontare questo tipo di lavoro ho sempre bisogno dell’aiuto attivo del mio amico, col quale, ascoltando musica, ci raccontiamo storie che generalmente non hanno nulla a che vedere con la genesi dei miei disegni. Ci lasciamo guidare da libere associazioni di idee suggerite dai colori, dalle forme, dai luoghi rappresentati. È un momento creativo affascinante, da cui imparo sempre un sacco di cose.

Qual è la storia del tuo rapporto con la cultura italiana? Come ci sei entrato in contatto?
Io sono soprattutto figlio del fumetto, e da questo punto di vista mi sono inconsapevolmente abbeverato alla cultura italiana fin da bambino. Negli anni Sessanta, in Francia, e in tutta Europa, circolava un sacco di materiale tradotto proveniente dall’Italia. A otto anni ho incominciato a leggere Hugo Pratt. Insomma, iniziavo già allora a muovere, senza rendermene conto, i miei primi passi verso l’Italia.

Naturalmente immagino che ti sia nutrito anche di cinema italiano.
Ho cinquantadue anni e faccio parte di una generazione fortunata che ha vissuto la propria giovinezza in un’epoca in cui ogni tre mesi ci si poteva aspettare un capolavoro cinematografico italiano. E quindi  ho amato prestissimo De Sica, Rossellini, Fellini, e poi Pasolini, Scola… Del resto, al contrario di quanto pensano molti italiani, la Francia è molto più “rivolta” verso l’Italia di quanto non lo sia l’Italia verso la Francia…

In che senso?
Nel senso che i francesi aspettano sempre che arrivi qualcosa di bello dall’Italia.

È ancora così? Fino ad ora hai portato esempi presi dal passato…
Certo che è così. In ambito cinematografico, per esempio, Nanni Moretti ci ha dato l’impressione di un rinascimento che attendevamo da un po’ di tempo. L’episodio iniziale di “Caro Diario”, “In Vespa”, nel quale gira per Roma con lo scooter che è poi diventato il suo “logo”, mi ha procurato un grande sollievo: Moretti, in questa sua magnifica passeggiata romana e in tutto il film – che è dei primi anni Novanta – ci mostrava di nuovo le bellissime strade d’Italia, come avevano fatto, mutatis mutandis, i grandi registi del secondo dopoguerra. Ho provato il sollievo di chi ritorna dopo molti anni in un Paese amato che credeva di aver perduto. Al suo seguito, in questi ultimi anni sono arrivati molti altri registi che ci hanno fatto battere il cuore. Ci piace amare l’Italia, ci fa male non poterla amare.

Predilezioni in ambito letterario?
Anche qui, ho l’impressione di aver conosciuto da sempre gli autori italiani, anche perché da ragazzi ci facevano leggere i classici, da Dante in poi… Adoro Pirandello. In questi giorni ho ripreso alcune delle “Novelle per un anno” e, ancora una volta, cresce la mia ammirazione per quel genio. Il racconto “Fortuna d’esser cavallo” è un capolavoro… Poi ho un debole per Italo Calvino, un autore in pieno vigore durante la mia adolescenza, molto legato alla Francia – tra l’altro membro autorevole dell’“OuLiPo”, l’“Ouvroir de Littérature Potentielle”, il gruppo di scrittori di lingua francese fondato da Raymond Queneau e François Le Lionnais. Tra i viventi amo molto Erri De Luca, del resto apprezzatissimo in tutta la Francia.

Il tuo è un amore anche per la lingua italiana.
Sì, ne ho un’ammirazione direi “fanciullesca”. Mi stupisco sempre quando mi trovo al cospetto di chi la parla bene. E dicendo “bene” mi riferisco anche alla lingua pronunciata da persone non scolarizzate, come quella mescolata al dialetto romanesco di Pasquino II, il clochard con cui qualche anno fa realizzai un’“intervista a fumetti” per “la Repubblica”.

E riuscivi a capirlo?
La notte in cui l’ho incontrato, sono rimasto con lui fino all’alba. Abbiamo conversato un sacco. Ho provato una gioia magica, ho vissuto una specie di bizzarro sortilegio: riuscivo a comprendere il senso delle cose che diceva pur non conoscendo il significato di molte delle parole che utilizzava… Una sensazione gloriosa sperimentata in una bellissima notte capitolina trascorsa con un uomo in cui vedevo rivivere e mescolarsi davanti ai miei occhi le facce e le voci dei personaggi interpretati da Alberto Sordi e di quelli descritti nei libri sulla storia dell’antica Roma. Ho condiviso con lui un vero sentimento d’amicizia. Prima di salutarci mi ha regalato le sue “Pasquinate”, in segno di gratitudine nei miei confronti perché lo avevo ascoltato per tre ore. Ma io gli ero altrettanto grato perché mi aveva regalato il suo tempo parlandomi.

Le pagine di questo tuo libro sono quindi in un certo senso anche piene di voci…
Direi di sì. La lingua è la patria, e ogni Paese sta dove è la sua lingua. Ovunque io incontri un italiano, la sua lingua è la cosa che arriva prima di tutto. L’identità coincide con la parola e con tutto ciò che la fa circolare, non solo i libri, ma anche le voci. L’Italia ha una voce inconfondibile per i miei orecchi.

Che tipo di voce?
Una voce vissuta, venata di raucedine. Perché in Italia si grida molto. Si inizia a gridare presto nella vita di ogni italiano. Il bambino che gioca per strada rintuzza gridando la presenza della mamma che, affacciata dal quinto piano, lo richiama in casa con un grido… In Italia la voce si deteriora presto. Certo, alcuni la preservano e diventano insuperabili interpreti del bel canto. Ma altri diventano Paolo Conte… Per me la voce dell’Italia è quella di una donna fascinosa che ha fumato per una vita. Ascoltarla parlare è un’incredibile esperienza poetica.

Photos via: ©Dupuis 2015

March 21, 2016