Irene Kung in mostra a Roma. Intervista

di Paolo Mattei

La Galleria Bonomo di Roma ha inaugurato lo scorso 15 marzo, nella sede di via del Portico d’Ottavia, una personale dedicata alla fotografa Irene Kung.

Reduce dalla partecipazione a Expo 2015 di Milano e da un’importante mostra ospitata l’anno scorso nel Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, Irene Kung, pittrice da qualche anno intensamente impegnata nell’attività di fotografa, approda nella Galleria trasteverina per la terza volta nella sua carriera.

La mostra romana – in programmazione fino al prossimo 15 maggio – raccoglie una serie di immagini scattate fra India, Russia e Roma, nelle quali l’artista svizzera ha sperimentato nuove modalità di lavoro digitale con la luce, che ha fatto reagire con soggetti architettonici e naturali sospesi in una dimensione onirica, fuori dal tempo e dallo spazio.

L’aspirazione di Irene Kung – che, dopo il successo del libro “La città invisibile” (Contrasto, 2012), ha recentemente dato alle stampe “Trees” (Contrasto, 2016), vincitore dell’International Photography Award 2016 per le categorie Natura e Arte – è mostrare quanto della realtà resta celato a causa della distrazione, cogliendo l’essenziale delle cose, la profonda bellezza di cui sono sostanziate, troppo spesso nascosta dai rumori di superficie.

L’abbiamo incontrata per farle alcune domande.

Campo dei Fiori 40x56cmok

Lei nasce pittrice. Da dove viene la sua passione per la fotografia?

A sedici anni acquistai la mia prima macchina fotografica, un’Olympus che ho molto amato. Disponevo anche di una camera oscura e di un ingranditore “Durst”, e producevo le mie stampe ritoccandole con una serie di attrezzi casarecci, come fili di ferro disseminati di pezzetti di carta per schiarire alcune parti dell’immagine, oppure una calza di nylon per sfumare la foto. È stata proprio Valentina Bonomo a suggerirmi di utilizzare con maggior continuità e intensità la fotografia.

L’Italia, con le sue architetture urbane antiche e contemporanee, è una delle sue fonti d’ispirazione. Che rapporto ha con il Bel Paese?

Sono sempre stata attratta dall’Italia, anche per la sua cultura umanistica di cui in Svizzera sentivo la mancanza. Ho avuto la fortuna di vivere tanti anni a Roma e Milano e penso di aver imparato in Italia tutto quello che so oggi sulla creazione di un’immagine. L’architettura esprime magnificamente il grande patrimonio culturale italiano, ed è per me un soggetto straordinario attraverso il quale riesco raccontare i miei sogni.

Quali i maestri della fotografia – e della pittura – che più hanno influenzato il suo stile?

Sono soprattutto i pittori che mi hanno influenzato: Caravaggio e Vermeer per la luce; Klee e Richter per il colore. Ho lavorato “a bottega” con vari pittori, imparando l’essenziale sulla realizzazione di un’immagine. Oggi con la macchina fotografica ho uno strumento creativo in più…

Palazzo Farnese 100x160cm

Ci sono delle forme d’arte non iconiche – letteratura, poesia, musica… – che orientano in qualche modo la sua visione del mondo e quindi anche il suo stile fotografico?

Considero la musica l’arte che più compiutamente esprime le profondità del sentimento umano e trovo spesso ispirazione ascoltando un brano che in quel momento corrisponde al mio stato d’animo.

Come sceglie i soggetti?

Percorro due strade. La prima è fotografare tutto quello che di emozionante mi capita di incrociare durante le mie giornate. La seconda, più “professionale”, consiste nell’individuare un soggetto e predisporre un piano per andare a fotografarlo. Ad esempio, per i monumenti della “Città invisibile” ho visitato le metropoli che amo di più, pianificando in precedenza gli scatti da realizzare. Naturalmente questa strategia non funziona sempre, anche soltanto per mere questioni logistiche… Può accadere che certi monumenti siano in restauro, o che dalla strada non si riesca a vederne la parte più importante, o magari, più banalmente ancora, che il giorno programmato per lavorare si metta a piovere. Capita che riuscire a raggiungere il punto dal quale vorrei fotografare sia una vera e propria conquista. Così, devo ritornare il giorno dopo, o addirittura a distanza di anni.

Il suo stile fotografico è spesso messo in relazione con il sogno e con il mistero, con l’invisibile e con la visione, con l’intuizione metafisica e con l’immaginazione. Eppure tutto il suo lavoro parte dalla realtà. Che cos’è per lei la realtà e che cosa cerca in essa?

Cerco l’autenticità. Potrebbe sembrare un controsenso, perché altero lo scatto iperrealistico. Ma lo faccio per esprimere la realtà soggettiva. Io sono sempre alla ricerca della “mia” realtà per cercare di comunicarla. Quando mi trovo davanti a un monumento, o accanto a un albero, mi fermo e mi concentro su quello che sento. Alcuni monumenti ispirano pace, altri guerra, certi alberi sono in piena salute, altri sofferenti. Soltanto in seguito scatto, e spesso il risultato non corrisponde alla sensazione provata all’inizio, perché il soggetto è circondato da “rumori” visivi. Allora, chiusa nel mio studio, lavoro sull’immagine per riportarla all’impressione aurorale. Attraverso le mie foto vorrei comunicare il sentimento che corrisponde alla mia realtà. Se qualcuno si ferma davanti a una mia stampa e percepisce lo stato d’animo che ho voluto trasmettere, per me è fantastico! Una magnifica comunicazione senza parole… Del resto, lo ha spiegato bene Italo Calvino nelle “Citta invisibili”: le città riflettono i nostri sentimenti e i nostri sogni. Non è questione di torri più alte o di monumenti più decorati.

Piazza di Spagna 100x100cm

Nella sua mostra romana si annuncia una nuova ricerca sulla luce. Di che cosa si tratta?

Le fotografie delle mie prime raccolte hanno gli sfondi neri, e i soggetti emergono dal buio. Esprimono drammaticità e concentrano lo sguardo sull’essenziale del monumento o dell’albero. Ora invece ho fatto delle fotografie, sempre oniriche, ma molto chiare – rosa, ocra, gialle. Lo sguardo è più largo, più aperto. Ho cercato, mentre lavoravo, la leggerezza e un senso di pace. Dopo l’inaugurazione alla Galleria di Valentina Bonomo a Roma, varie persone mi hanno scritto che entrando in Galleria hanno sentito la pace. Bello!

Viviamo in un mondo invaso da immagini che attraverso i sempre più potenti e raffinati strumenti della comunicazione di massa s’accumulano nella nostra quotidianità  in maniera convulsa e rapidissima. In che modo la fotografia d’arte può affrontare la sfida di tale “iperventilazione iconica” della contemporaneità?

Le foto fatte con il cellulare servono soprattutto a documentare e a mostrare la propria vita. È una dinamica molto diversa dal fare foto professionalmente, con lo scopo di comunicare un concetto. Le innumerevoli foto che si scattano distrattamente durante le giornate sono il rumore che non permette di vivere il momento, l’istante. Il mio lavoro è l’opposto. Richiede silenzio, tempo, ricerca in me stessa… Una risposta al caos e al rumore.

Qual è la sua opinione nel dibattito che contrappone i sostenitori della pellicola a quelli del digitale?  

Penso che le due tecniche debbano convivere. Sono ambedue molto interessanti. Ho lavorato con la pellicola per anni e ancora oggi mi emoziono davanti a una bella stampa ai sali d’argento. Il digitale invece permette di fare un lavoro da pittore, consentendo di modificare il contrasto, il chiaroscuro, il colore. È un po’ come dipingere. Comunque, per me la tecnica è sempre meno rilevante del pensiero, del contenuto della foto. Si può realizzare un’immagine interessante anche se sfocata, così come si può creare una brutta immagine con una tecnica magnifica.

Photos via: © Irene Kung

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March 31, 2017

Irene Kung in mostra a Roma. Intervista

Roma
Via del Portico d'Ottavia, 13
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