Intervista con Gianni Berengo Gardin

di Paolo Mattei

Quando gli si chiede se gli capita mai di commuoversi guardando le proprie fotografie, si schermisce e risponde di no. «Mi dispiace soltanto di aver perso qualche occasione», dice.

Gianni Berengo Gardin – ottantatré anni il prossimo ottobre – ha trascorso una vita a osservare le cose che accadono e ad attendere occasioni. Dagli inizi degli anni Cinquanta ha incominciato a farlo in compagnia di una macchina fotografica. Da allora questa sua passione per la realtà è diventata un inestimabile patrimonio comune. Lui non si considera un artista, ma soltanto un testimone del proprio tempo, uno che con i suoi scatti in bianco e nero desidera documentare il mondo in cui vive. Il fatto che gli istanti di esistenza impressi sulle sue pellicole – i volti, i baci, i sorrisi, i pianti, i cortili, le piazze, i paesaggi: le cose, insomma – regalino a chi li osserva molto più di un’algida informazione visiva, non lo ascrive a una propria particolare valentia artistica. Se nelle sue foto c’è qualcosa che commuove chi le guarda, il merito è secondo lui tutto della realtà. A sé stesso attribuisce solo le competenze tecniche di un buon fotografo. Di un “manovale”, come ama dire, della fotografia.

Lo abbiamo incontrato in occasione della mostra “Gianni Berengo Gardin. Storie di un fotografo”, allestita dallo scorso giugno nel Palazzo Reale di Milano.

Promossa dal Comune di Milano e prodotta da Palazzo Reale, Civita Tre Venezie e dalla Fondazione Forma per la Fotografia, l’esposizione, in programma fino al prossimo 8 settembre, è curata da Denis Curti e rappresenta, con le sue 180 immagini, la più grande retrospettiva del maestro.

Come ci si sente a essere considerati un’icona?
Mah, guardi, è una notorietà che non mi procura grandi vantaggi. Piuttosto produce qualche svantaggio, perché molti non mi chiamano a lavorare temendo che io sia troppo caro.

E questo naturalmente non è vero…
Beh, carissimo non sono, perché abbiamo le tariffe sindacali che sono identiche per tutti i fotografi, sia per i “piccoli” che per i “grandi”. Quindi, in astratto, fa senz’altro piacere essere riconosciuti per il proprio lavoro, è una cosa che dà soddisfazione… Ma dal punto di vista pratico, un po’ meno.

La cosa la tenta dal punto di vista dell’umiltà?
A parte le battute, io sono un fotografo come tanti altri. Ce ne sono di bravissimi in Italia: Francesco Cito, Ferdinando Scianna, Ivo Saglietti… Siamo tutti più o meno alla stessa “altezza”. Quindi devo dire che trovo un po’ esagerato questo mio successo.

Lei ripete spesso che nella fotografia il momento decisivo è appannaggio del fotografo. Le è mai capitato di essere vittima, felice, di un momento decisivo che non ha controllato?
Qualche volta sì. Ci sono due generi di fotografie. Quelle che si fanno quando si “sente” o ci si aspetta che accada qualcosa. In certe occasioni può irrompere un fatto inatteso che ha tutt’altra natura rispetto a quanto, anche se confusamente, ci si immaginava potesse succedere. Di questa prima specie di fotografie fanno paradossalmente parte anche quelle non scattate, quando si arriva troppo tardi all’appuntamento: non sei pronto e perdi l’attimo. L’altro genere di foto è quello delle immagini pensate per un’opera più grande e complessa, come un libro, o un reportage, per esempio. Un tipo di lavoro meno immediato, in cui c’è ponderazione, meditazione. Lo costruisci lentamente, è un discorso più lungo. Tutti e due i generi hanno comunque un grande valore.

Si è mai chiesto chi o che cosa fa accadere le cose?
No, mai. Io provo a registrarle quando succedono. Quando non succedono, non fotografo. Non mi sono mai posto questo problema, mi sono posto solo quello di fotografare bene quello che accade.

Lei, critico radicale del digitale, di recente ha realizzato alcune foto con una Leica Monochrom, una macchina digitale…
Sì, ho fatto alcuni scatti. Una macchina con una resa eccezionale, da banco ottico. L’ho fatto – una tantum – per una serie di motivi: l’eccezionale scala di grigi che possiede, l’assenza del flash, la possibilità di trasformare i file in pellicola… Ma il digitale continua a non interessarmi.

Perché?
Innanzitutto per la postproduzione, che mi è antipaticissima, non la sopporto. Il digitale ha due soli vantaggi. Il primo è la possibilità di inviare immediatamente in tutto il mondo una foto appena fatta, cosa che non mi interessa per niente perché mi piace aspettare dei giorni prima di vedere il mio lavoro. Capisco però che tale opportunità stia a cuore ai tanti che lavorano con immagini di attualità. L’altro vantaggio è rappresentato dalla possibilità di variare gli Iso a seconda delle condizioni di luce. Ecco, fatte salve queste due cose, tutto il resto è svantaggio.

Ossia?
Innanzitutto con il digitale cambia, si snatura, direi, la mentalità del fotografo che non pensa più, è la macchina che decide e sceglie per lui. Il fotografo – ma forse è meglio dire “la persona che fa fotografie” – scatta a mitraglia, tanto, dice tra sé, “comunque qualcosa salta fuori e semmai lo salvo col Photoshop”. Tra l’altro, Photoshop rappresenta un pericolo gravissimo per quel che riguarda la documentazione della realtà. Le foto dei reportage, per esempio, se manipolate, danno messaggi completamente falsi, che nulla hanno a che fare con ciò che è veramente accaduto. Per questo negli Usa stanno pensando a una legge che obblighi a dichiarare l’eventuale sofisticazione di un’immagine fotografica. Una specie di bollino di certificazione per la tutela della verità.

Altri svantaggi del digitale?
Secondo me porterà alla scomparsa degli archivi, perché il vero archivio è solo quello dei negativi. Noi non sappiamo che cosa succederà tra dieci anni, quali saranno gli strumenti di lettura digitale… Ho dei cd di qualche anno fa che sono già inservibili, da buttare via. Io lavoro per l’archivio. A me non interessa la foto artistica, ma la foto in quanto documento e testimonianza, la foto che resiste al tempo, quella che resta e che tra molti anni dovremo – dovranno – recuperare per capire la storia…

Che tipo di fotografie cerca di fare in questo senso?
Cerco di fotografare le cose che sono scomparse – ce ne sono, anche se poche –, o le cose che tra breve tempo spariranno. Di recente ho realizzato un libro di immagini sulla coltivazione del riso. Tra pochi anni la coltivazione del riso non sarà più fatta così come la conosciamo. Stanno mettendo a punto degli studi per farlo crescere senza acqua, come il grano. In queste foto è quindi documentato un modo di vivere destinato a scomparire. L’ho fatto molte volte. Con le comunità italiane degli zingari, per esempio, o con il reportage sui manicomi [“Morire di classe”, 1969, ndr].

Lo scrittore francese Charles Péguy considerava Victor Hugo un genio perché il suo sguardo sulle cose era come quello del bambino, che vede il mondo come se fosse stato appena fatto. Crede sia una virtù buona anche per il fotografo?
Sì, certo, vale pure per il fotografo. Picasso diceva che il difficile è rimanere bambini anche da vecchi.

Pensa di avere conservato lo sguardo del bambino sul mondo?
Credo di sì.

Lei ha fotografato molto l’Italia e i suoi paesaggi.
Sì. L’Italia la conosco molto bene anche perché ho lavorato per quindici anni per il Touring Club e per l’Istituto Geografico De Agostini. Tutti i miei libri – ne ho fatti più di duecento – sono in parte commissionati da altri, in parte proposti da me. Ma i paesaggi li fotografo indipendentemente dalla committenza, sono una mia passione.

Anche le città italiane sono spessissimo nel suo obiettivo…
Sì, ho diversi “amori metropolitani”, come Venezia e Milano. Non amo molto le città di turismo. Con Roma, per esempio, ho un rapporto complicato. Mi piace starci tre o quattro giorni al massimo, poi devo scappare. Venezia è un caso a parte. La amo soprattutto di notte, quando non ci sono i turisti. Anche loro naturalmente hanno il diritto di visitare le nostre bellissime città, ma io cerco di evitare la folla. Certe volte mi sembra di trovarmi in mezzo alla calca estiva di certe spiagge superaffollate dove devi sgomitare per raggiungere la battigia, o dove non riesci nemmeno a leggere un libro…

A proposito di libri, qual è il suo rapporto con la letteratura?
Con la poesia ho uno strano legame. Non mi piace assolutamente leggerla, non la capisco, però mi piace sentirla recitare. Invece riguardo alla prosa sono onnivoro, mi piace leggere di tutto, dai gialli ai saggi più impegnati. Subito dopo la guerra sono stato un grande lettore di scrittori americani: Fitzgerald, Faulkner, Hemingway, Steinbeck e, soprattutto, Dos Passos, che amo molto perché oltre a essere un grande scrittore era anche un antimperialista. Tra i francesi ho una predilezione per Simenon. Certe sue descrizioni sono quasi delle fotografie.

Quali sono i fotografi che più ha apprezzato e da cui ha imparato di più?
Sono molti, e alcuni li ho conosciuti e frequentati, come Salgado, Koudelka, Cartier-Bresson…

Dicono che lei sia “il Cartier-Bresson italiano”…
E sbagliano. Sarebbe più esatto dire “il Willy Ronis italiano”, perché ho imparato molto più da lui. Cartier-Bresson è irraggiungibile. Sono molto orgoglioso di avere questa sua dedica [indica una cornice contenente un autografo di Cartier-Bresson] in cui dichiara la sua “ammirazione” per il mio lavoro… Una bella soddisfazione, non crede?

Ha conosciuto anche Robert Doisneau…
Sì, nei circa due anni in cui ho vissuto a Parigi, intorno al 1954. Era molto simpatico. Lui ha cominciato fotografando automobili quando lavorava a tempo pieno alla Renault di Billancourt. Ecco, a differenza delle mie, le sue sono fotografie con scene “costruite”. Costruite benissimo, sia chiaro. Tanto da sembrare vere…

Lei ha mai allestito scene per le sue foto?
Ho un archivio con un milione e mezzo di mie fotografie, e di esse ne ho costruite, dichiarandolo apertamente, soltanto tre o quattro.

Come si impara a diventare fotografi?
Soprattutto guardando le foto dei grandi maestri e ragionando sul loro lavoro, sul perché hanno realizzato quelle immagini. Io ho divorato libri dei grandi fotografi americani e francesi. Poi si impara anche dai propri contemporanei. A Gabriele Basilico per esempio devo moltissimo, è stato per me un punto di riferimento per ciò che riguarda la fotografia di architettura. Anche dagli artisti si può imparare molto…

Ne ha conosciuti?
Altroché! Ho frequentato Emilio Vedova, Giuseppe Santomaso, Tancredi… Quando ero a Venezia andavo spesso a casa di Peggy Guggenheim.

Come fotografo si sente un artista tra gli artisti?
Assolutamente no, non mi ritengo affatto un artista. Non sono un creativo. Creative sono piuttosto le persone che fotografo. Io fotografo la loro creatività.

Quindi a suo avviso la fotografia non è una forma d’arte?
Non ho detto questo. È legittimo chiamarla arte, un critico può dire che le mie foto sono artistiche. Io però non ho alcuna intenzione di fare dell’arte, ma solo documentazione, testimonianza. Sono uno che cerca di fare il proprio lavoro meglio che può, realizzando cose che spero siano intelligenti. Non sempre ci riesco, comunque provo a farlo.

Allora “artigiano” andrebbe bene?
No… Diciamo che sono un manovale della fotografia. Come spiega bene il mio amico Renzo Piano, i palazzi li disegnano gli architetti ma li costruiscono i muratori. La stessa cosa vale per me. Vorrei essere tramandato ai posteri non come un artista, ma come uno che ha documentato il proprio tempo. Un testimone del proprio tempo.

Photos via:

December 14, 2013