Intervista con Alessandro Masi, segretario generale della Dante Alighieri

di Paolo Mattei

L’Italia è ovunque. In Tunisia, in Thailandia, in Cina, in India, in America, a Cipro, nello Zimbabwe… L’elenco è lunghissimo. È ovunque anche grazie al lavoro della “Società Dante Alighieri”, che dall’anno di fondazione – era il 1889 quando un gruppo di intellettuali guidati da Giosue Carducci la costituirono – non ha mai smesso di moltiplicare i numeri della diffusione della lingua e della cultura italiana nel mondo: 423 Comitati sparsi in sessanta Paesi, quasi seimila corsi di lingua italiana seguiti da duecentomila studenti, trecento biblioteche e mezzo milione di volumi a disposizione di tutti gli innamorati del nostro Paese. E ancora: 95 Comitati in Italia che organizzano oltre 130 corsi di italiano frequentati da circa seimila studenti stranieri, 266 centri certificatori del Plida (Progetto Lingua Italiana Dante Alighieri), che rilascia l’attestato di competenza in italiano come lingua straniera riconosciuto dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca…

La “Società Dante Alighieri” – che quelli che ci lavorano chiamano, con affettuosa sintesi, “la Dante” – ha la sede centrale nel cuore di Roma, a Palazzo Firenze, magnifico edificio della fine del Quattrocento con ambienti decorati da Prospero Fontana e Jacopo Zucchi.

Qui incontriamo Alessandro Masi, il segretario generale della Società. Ci accoglie offrendoci un caffè, servito in tazzine decorate col marchio della “Dante” di Rosario, in Argentina, che fanno parte di un servizio donato dal presidente di quel Comitato, un industriale della ceramica. Un industriale che si occupa di cultura italiana… La nostra conversazione non potrà non essere influenzata da questa associazione: cultura e industria.

Qual è la percezione della “Dante” riguardo all’interesse del mondo nei confronti della civiltà e della cultura italiana?

Innanzitutto vorrei far notare una cosa importante. Di norma si interpreta l’interesse diffuso per l’Italia solo in relazione al suo grandissimo patrimonio artistico. In realtà, e lo dico per la prima volta in un’intervista, dai dati in nostro possesso, frutto delle ricerche condotte tra nostri studenti nel mondo, emerge un dato più articolato. L’Italia è percepita come un sistema culturale complesso. Esercita un potere d’attrattiva non solo grazie alla cultura e all’arte, ma anche in virtù della ricerca scientifica e tecnologica che produce. Non dobbiamo dimenticare che l’Italia è tra le otto potenze economiche più importanti del mondo e che accende grandi interessi scientifici, per esempio nella ricerca aerospaziale, in quella sulle nanotecnologie o nell’applicazione di nuove tecnologie in medicina. Pochi sanno che molti dei nostri studenti proseguono il loro percorso formativo in Italia in vista di un approfondimento di tipo scientifico. Certo, rimane intatto, e naturalmente è un bene, lo “zoccolo duro” di chi subisce innanzitutto il fascino artistico e culturale del nostro Paese. Fascino che, tra l’altro, fa dell’italiano la quarta o quinta lingua di cultura più studiata al mondo. Ma non dobbiamo dimenticare che il nostro sistema tecnoindustriale è considerato da moltissimi stranieri come un’opportunità per attingere informazioni uniche. Mi domando se siamo coscienti di queste nostre potenzialità. Gli stranieri conoscono meglio di noi il patrimonio di eccellenze e di innovazione che rappresentiamo nel mondo…

A che cosa si deve questa inconsapevolezza?

Innanzitutto alla mancanza di raccordo fra il sistema culturale e quello industriale: l’industria e la cultura italiane, anziché rimanere territori separati, dovrebbero trovare spazi di collaborazione. Tantissime imprese straniere ci considerano interlocutori imprescindibili per realizzare le loro attività di innovazione. Ricordo, per esempio, che la Swatch svizzera, dopo il sisma abruzzese del 2009, aveva messo a disposizione dell’Università dell’Aquila otto milioni di euro perché si costruisse in quell’ateneo un polo di ricerca per l’innovazione scientifica e tecnologica. Purtroppo, a tale generosa offerta non si diede poi seguito… Questo comunque conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, il dato secondo cui l’Italia, oltre a essere considerata la patria delle incomparabili bellezze del Rinascimento, è anche profondamente stimata per le eccellenze di innovazione che è in grado di realizzare. Del resto, tutto ciò non nasce dal nulla. C’è una tradizione intellettuale che affonda le proprie radici in un illustre passato. È da Leonardo, per il quale l’arte è bellezza ma anche conoscenza, che sono scaturiti Rubia, la Hack, la Levi Montalcini e tutti gli scienziati che il mondo ci invidia. Non bisogna fermarsi agli stereotipi. Nostro è Michelangelo, ma nostri sono anche i cinquanta ricercatori italiani del Cern di Ginevra… D’altronde, un tempo questo era chiaro a molti industriali italiani…

Che intende dire?

Penso agli Olivetti, o ai Falck, per fare qualche nome. Loro comprendevano il grande valore aggiunto che la cultura rappresenta per l’industria. Olivetti sapeva bene che un operaio non è un limone da spremere, ma una risorsa intellettuale cui si devono fornire gli strumenti necessari per crescere. Noi abbiamo fatto dei piccoli ma significativi esperimenti in questo senso, per esempio fornendo borse di studio a un gruppo di studenti messicani di Guadalajara, che le hanno utilizzate per studiare nelle industrie piemontesi. Il mondo ha sete di queste esperienze. Il Vietnam, per fare un altro esempio, è un Paese in fortissima espansione il cui P.I.L. cresce a un ritmo del 6 per cento annuo. Ebbene, in quella nazione si veste italiano, la Piaggio esercita un fascino fortissimo, così come la nostra tecnologia. Tutto questo, ripeto, andrebbe valorizzato facendo sistema tra cultura e industria. La “Dante” fa quello che può.

Per esempio?

Percorriamo ordinariamente due vie per sensibilizzare le istituzioni. Una è quella del costante lavoro di raccordo con la Farnesina e con la Direzione generale per la Promozione del Sistema Paese. L’altra è quella della nostra presenza nell’ambito delle commissioni parlamentari, alle quali forniamo informazioni relative alle nostra attività. Del resto la “Dante”, più conosciuta all’estero che in Italia, ha 423 antenne nel mondo – i suoi Comitati all’estero – che le permettono di captare in tempo reale le pulsazioni del cuore del pianeta e, quindi, di fare proposte e dare risposte. Recentemente abbiamo chiesto all’Eni di sostenerci in quei luoghi in cui vi sia anche un forte interesse commerciale e industriale. Purtroppo questa proposta, come d’altronde molte altre, non ha trovato risposta e il nostro bilancio economico non può che risentirne dal momento che il contributo dello Stato è sceso dell’84%. Per tutti questi motivi, dunque, faccio appello al mondo della produzione affinché ritrovi i motivi profondi e soprattutto le connessioni giuste per ristabilire il giusto equilibrio tra cultura e produttività del Paese. Ma soprattutto dobbiamo essere noi cittadini a sentirci uniti in un progetto di rinascita della “Dante”, da intendersi quale luogo privilegiato ove ricostruire un filo identitario della nostra civiltà.

La massiccia diminuzione dei contributi dello Stato ha provocato seri danni?

Sì, molto gravi. Per fare solo un esempio, per noi significa l’impossibilità di erogare borse di studio per i giovani che desiderano venire a studiare in Italia. La borsa di studio era un modo per far conoscere il nostro Paese, un modo per creare degli “ambasciatori di cultura italiana” nel mondo che procuravano dei benefici facilmente comprensibili.

Comunque, le “antenne” della “Dante” sono sempre sensibili…

Per fortuna sì. La nostra ultima sede è stata aperta in Azerbaigian, a Baku, capitale multiculturale ed esempio virtuoso della convivenza tra mondo islamico, mondo cristiano ortodosso e altre minoranze. Purtroppo, per mancanza di fondi dobbiamo limitarci a tamponare il tamponabile, a differenza dei francesi e dei tedeschi che investono immensi capitali per valorizzare le proprie lingue, concepite, e con ragione, come irrinunciabili strumenti di penetrazione. Noi abbiamo, come dice Francesco Bruni, una “lingua senza armi”, che non è avanzata nel mondo col colonialismo, come è accaduto per lo spagnolo, il francese, l’inglese. Ha camminato da sola, e da sola ha dimostrato di saper produrre e diffondere benessere. Credo sia necessario valorizzare il senso di piacere che gli stranieri provano studiando l’italiano e la cultura italiana. Noi siamo il giardino fiorito che tutti loro vorrebbero avere. L’italiano per loro è la felicità dell’anima, il massimo piacere culturale.

È trascorso ormai un secolo e un quarto dalla fondazione della “Dante Alighieri”. Qual è lo stato di salute dei Comitati nel mondo?

Assistiamo a uno strano fenomeno: la crisi c’è, è palpabile, soldi ne abbiamo sempre meno, eppure i Comitati crescono di numero. Ma sono Comitati di nuova generazione, interessati a offrire corsi di lingua di una qualità che si può certificare, accompagnati da materiale didattico di ultima generazione. Noi della “Dante” li chiamiamo Centri certificatori. Chi ha subito un’inflessione, sono purtroppo i vecchi Comitati che non hanno saputo rinnovarsi e che sono rimasti fermi alle serate italiane con piatti di spaghetti, pizza e proiezione di vecchi film. Ma io sono fiducioso… La nostra lingua e la nostra cultura continuano infatti a godere dell’interesse di centinaia di migliaia di persone nel mondo, tanto che, come dicevo prima, abbiamo inaugurato Comitati in Paesi dove la scoperta della nostra lingua è emergente, ad esempio in tutto l’est del mondo. Il Ministero degli Affari esteri chiude gli Istituti di cultura e noi cerchiamo di colmare questo imperdonabile vuoto.

Chi vorrebbe avere qui per raccontargli tutte le necessità e i bisogni più urgenti della “Dante”?

Guardi, in questo momento vorrei avere qui accanto a me Dante stesso. Borges, secondo cui la “Divina Commedia” è il «miglior libro scritto dagli uomini», diceva che dobbiamo leggerla «con la fede di un bambino, abbandonarci ad essa; ed essa ci accompagnerà per tutta la vita». Il grande scrittore albanese Ismail Kadare ha scritto che «nessun’altra creazione letteraria colloca a tal punto la coscienza umana nel proprio epicentro». Dante racconta tutta l’umanità. Tutti noi siamo Ulisse, perché vogliamo varcare le soglie della conoscenza; siamo il Conte Ugolino, fagocitatori di noi stessi; siamo Paolo e Francesca, vittime della passione… Dicendo che vorrei qui Dante, dico che vorrei fosse qui la massima autorità per ricordarci che “noi siamo Dante”, siamo cioè qualcosa di cui il mondo ha bisogno. Per questo abbiamo realizzato un film sulla “Divina Commedia”, “Maratona infernale”, che racconta l’Italia moderna attraverso immagini e parole. E le parole sono quelle del Poema dantesco. Dante è il poeta nazionale ed è il poeta della modernità, è il sigillo dell’eternità impresso dall’Italia sul mondo. L’Inghilterra ha donato al mondo Shakespeare, la Germania Goethe, la Russia Tolstoj o Dostoevskij… Noi abbiamo avuto grandissimi poeti e scrittori che hanno indagato sapientemente l’animo umano, ma solo Dante è riuscito a esprimere compiutamente il sentimento di “pietas” universale comune a tutti gli uomini, di ogni tempo e parte del mondo.

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December 17, 2013

Intervista con Alessandro Masi, segretario generale della Dante Alighieri

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