Il Sacro Monte di Varallo, Gerusalemme della Valsesia

di Giuseppe Frangi

Tutto nacque sulla spinta del realismo caratteristico dei francescani: dopo la conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi, il pellegrinaggio a Gerusalemme era diventato faccenda sempre più rischiosa. Fu un francescano milanese, che era stato per molti anni alla Custodia di Terrasanta, a tirar fuori dal cappello l’idea: se non si può andare a Gerusalemme, portiamo Gerusalemme qui, alla portata di tutti i fedeli. Si chiamava Bernardino Caimi e sul finire del Quattrocento, avendo trovato grande sostegno all’idea, si mise a caccia del luogo adatto per iniziare il cantiere della “nuova Gerusalemme”.

Lo trovò a Varallo, all’imbocco della Valsesia, che a quell’epoca era territorio della diocesi di Milano. Trovò in loco anche una famiglia di notabili disposti a finanziare l’iniziativa: e il cantiere partì, nella massima semplicità e con il solo obiettivo di far repliche il più possibile fedeli dei luoghi santi.

Il Sepolcro così diventò una replica di quello di Gerusalemme (lo è tutt’ora: ci si deve chinare per entrare); sul rialzo che ricorda il monte dell’Ascensione venne messa la riproduzione precisa dell’impronta del piede di Cristo. Sono piccoli sacelli dispersi nel bosco, che solo in alcuni casi iniziano ad accogliere anche riproduzioni in forma di statue degli episodi della vita di Cristo: il primo fu la Cappella della Pietra dell’Unzione, con un prezioso gruppo di sculture a grandezza naturale in legno, oggi custodite nel Museo di Varallo.

Varallo sacro monte

Ma il vero decollo del cantiere avvenne intorno al 1514, quando entrò in scena Gaudenzio Ferrari, un grande artista nato a pochi chilometri da Varallo e che si era formato nel grande cantiere delle Stanze della Segnatura, al fianco di Raffaello.

Fu Gaudenzio a dare pieno respiro a quell’embrionale idea di padre Bernardino Caimi. Architetto, pittore e scultore, arrivò a concepire una straordinaria sintesi prima nel gruppo delle Cappelle della Natività e qualche anno dopo in quella della Crocifissione, sul punto più alto del Sacro Monte. L’intuizione di Gaudenzio è tutta nella direzione di un’arte “partecipata”: nelle cappelle da lui concepite il fedele entrava, sentendosi subito parte, testimone diretto e non semplice spettatore dell’avvenimento.

Oggi, per ragioni di conservazione, quest’impatto così coinvolgente risulta attenuato, ma viene compensato dall’arte così carica di commozione e di realismo di Gaudenzio. Spesso assistiamo alla pittura sui muri che, quasi per l’urgenza di apparire più vera, diventa scultura; e la scultura, il più delle volte plasmata in terracotta, sempre per la stessa urgenza, si ritrova rivestita di panni veri e di capelli fatti con crini di cavallo o barbe di granoturco. I suoi soggetti, poi, non sono mai figure idealizzate, ma sono sempre presi dal popolo, donne e uomini del tutto normali chiamati a essere testimoni di un avvenimento che non è un fatto lontano nella storia, ma è un fatto destinato a riaccadere sempre, in un “qui ed ora”.

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Il capolavoro di Gaudenzio, in questo senso, è proprio la cappella della Crocifissione. Un tempo, quando era possibile entrarci, ci si ritrovava non solo ai piedi delle croci fisicamente alzate davanti a noi, ma addirittura al centro di un roteare di popolo che dietro di noi e al nostro fianco era – ed è – lì ad assistere a quel fatto vero. Oggi la Cappella è “off limits”, ma in compenso due bussole di vetro permettono intelligentemente di addentrarsi in quello spazio e di sperimentare almeno in parte quel risucchio partecipativo.

Il Sacro Monte decollò con Gaudenzio, ma non finì certo con lui. A fine Cinquecento venne adottato da san Carlo, che trascorse qui molti momenti di preghiera e che rilanciò un cantiere rimasto in “stand by” per quasi mezzo secolo.

Anche in questo caso si presentò sulla scena un nuovo genius loci, Tanzio da Varallo, originario di Alagna, alta Valsesia, pittore che a Roma e Napoli si era formato nella conoscenza diretta di Caravaggio. Fu lui, in tandem con suo fratello scultore, Giovanni, a ridare spinta e smalto al cantiere. Sono cappelle di una straordinaria teatralità, concepite con una grande capacità di regia. Si avverte il magistero di Gaudenzio, ma la concezione è cambiata: le grate tengono il fedele all’esterno, a osservare e meditare il fatto rappresentato. La cappella si è trasformata in un palcoscenico, il senso di partecipazione non è più “immersivo” ma prende la forma di un profondo coinvolgimento visivo.

Oggi, a opera finita dopo oltre due secoli di cantiere, il Sacro Monte di Varallo si presenta come un’opera unica, di dimensioni incredibili (le cappelle sono oltre cinquanta), di una suggestione che ha pochi paragoni, con il suo percorso immerso nel bosco, e con l’arrivo proprio a precipizio sull’abitato di Varallo.

È un luogo unico anche per un’altra particolarità: non ha porte (né biglietti) d’ingresso e quindi non ha orari. Può essere visitato in qualsiasi momento del giorno e della notte. Anzi, la visita al buio di una notte d’estate, aiutandosi con le pile per scrutare dentro le cappelle, è una di quelle esperienze che davvero non si dimenticano.

Varallo sacro monte

Varallo sacro monte

Varallo sacro monte

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Varallo sacro monte

"La strage degli Innocenti", cappella 11

“La strage degli Innocenti”, cappella 11

"La strage degli Innocenti", cappella 11

“La strage degli Innocenti”, cappella 11

"La strage degli Innocenti", cappella 11

“La strage degli Innocenti”, cappella 11

"Ecce homo", cappella 33

“Ecce homo”, cappella 33

"Ecce homo", cappella 33

“Ecce homo”, cappella 33

"Ecce homo", cappella 33

“Ecce homo”, cappella 33

"Pilato si lava le mani", cappella 34

“Pilato si lava le mani”, cappella 34

"Pilato si lava le mani", cappella 34

“Pilato si lava le mani”, cappella 34

"La salita al Calvario", cappella 36

“La salita al Calvario”, cappella 36

"La Pietà", cappella 40

“La Pietà”, cappella 40

Varallo Sacro Monte

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April 16, 2014

Il Sacro Monte di Varallo, Gerusalemme della Valsesia

Varallo (Vc)