Il futuro è il mare in cui tuffarsi. Intervista con Nino Migliori

di Paolo Mattei

Probabilmente gli avranno domandato centinaia di volte come sia riuscito ad afferrare la perfetta orizzontalità di quel corpo in volo. La celebre immagine in bianco e nero del tuffatore teso come una freccia scagliata nell’aria e del suo compagno che, seduto a capo chino sulla banchina, pare averla appena schivata, è diventata negli anni il “logo” di Nino Migliori, tra i più grandi fotografi italiani viventi.

«Fortuna e riflessi»: le due parole magiche. «Del resto, come potrebbe essere altrimenti? Perlomeno a quei tempi e con i mezzi d’allora – era il 1951 –, non potevamo che affidarci soprattutto a questi due fattori…».

Classe 1926, bolognese, Nino Migliori si schermisce se gli si fa notare che quei riflessi pare averli mantenuti saldi nel tempo. «Non esageriamo. Allora anticipavo le macchine, ero nettamente sopra la media. Nel mestiere di fotografo l’aspetto “fisico” era fondamentale. Bisognava essere molto veloci per acciuffare il “kairos”, l’attimo fuggente, che all’epoca non si faceva irretire facilmente. Oggi, con le raffiche degli scatti digitali, è un altro affare…».

Nel suo ufficio, alla periferia nord-ovest di Bologna, ci sono le sue opere appese ai muri: fotografie astratte, immagini informali. Non campeggia solo il “neorealismo” chiaroscurale degli anni Quaranta-Cinquanta.

«Ho sempre sperimentato, fin dagli inizi. E oggi uso, quando mi serve, il digitale. Vorrei realizzare un libro con gli scatti che faccio con l’iPhone. In questo momento, per esempio, sto postproducendo al computer un servizio sull’Ariosto: stravolgo il profilo dei luoghi in cui ha vissuto, lavoro su sovrapposizioni d’immagini, elaboro cromatismi… Ariosto nell’“Orlando Furioso” ha descritto paesaggi lunari: ma dove li aveva visti? Anche lui elaborava nella fantasia e nel sogno la realtà che percepiva coi sensi…».

Migliori è un po’ come il corpo-freccia del suo capolavoro: procede proteso verso il futuro. Difficile costringerlo in una conversazione di natura cronologica. Ci proviamo comunque.

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“Cliché-verre”, 1955-58

 

Un momento, per favore. Andiamo con ordine. Partiamo dal bianco e nero degli inizi, quello del “kairos”, per intenderci. Un minimo di strategia per acchiapparlo ci doveva pur essere, al di là di fortuna e riflessi…
Certo: pazienza e amore. Quando fotografavo le persone comuni in giro per l’Italia – penso per esempio alle immagini di “Periferia” o a quelle di “Gente dell’Emilia” –, diventavo loro amico, mangiavo e bevevo con loro. E trascorrevo molto tempo scattando “a vuoto”.

Che intende dire?
Che all’inizio fingevo di fotografarli, perché la macchina era senza pellicola. Così si abituavano alla mia presenza e dopo un po’ si stancavano di assumere pose artificiali, si lasciavano andare e tornavano naturali.

In quegli anni raggiunse una grande notorietà.
Sì, vinsi molti premi importanti, nazionali e internazionali. Forte di questo prestigio, un giorno andai pure a trovare Cartier-Bresson.

A Parigi?
Certo. Lui era il mito della mia generazione, il suo “attimo fuggente” ci faceva sognare. Ero là perché accompagnavo degli amici in gita. Li abbandonai per qualche ora e corsi a casa sua con la mia cartelletta di foto, quelle cosiddette “neorealiste”.

Gli piacquero?
Sì, molto. Mi disse: “Potresti venire a lavorare in Magnum. Dovrai pazientare un po’ perché sei l’ultimo arrivato e gli incarichi all’inizio sono saltuari. E i pagamenti un po’ lenti”. Naturalmente non accettai.

Se ne è mai pentito?
Beh, lì per lì, mi dispiacque molto. Ma come avrei fatto a vivere? Io a fine mese dovevo portare lo stipendio a casa. Figli, moglie, genitori non potevano mica aspettare i pagamenti della Magnum. Poi però capii che avevo fatto la scelta giusta.

Perché?
Sarei stato schiavo delle committenze. Non mi è mai interessato fotografare i matrimoni delle regine. Volevo fare quello che mi piaceva, soddisfare la mia curiosità, sperimentare in campo artistico… La fotografia era l’unico modo col quale riuscivo a esprimere liberamente i miei pensieri e il mio stato d’animo in un modo che ritenevo soddisfacente.

Così non viveva di fotografia…
No. Lavoravo quarantott’ore a settimana in una piccola azienda. E ogni giorno, tornato dall’ufficio, mi chiudevo in camera oscura dalle sette di sera alle tre del mattino. Le foto le scattavo la domenica. Da circa quindici anni a questa parte ho cominciato a ricevere committenze da parte di varie istituzioni. Ma accetto solo quelle che mi piacciono o mi stimolano, e solo se coincidono con il mio modo di pensare.

Anche la sperimentazione coincideva, e coincide, con questo modo di concepire la fotografia…
Sì, certo. Sperimentavo sullo specifico fotografico, cioè sulla carta, sullo sviluppo, sul fissaggio, sulla luce e sul colore. Studiavo tutto ciò che m’incuriosiva, come i cambiamenti dei cromatismi attraverso l’esposizione alla luce e l’ossidazione della carta, oppure facevo scorrere gocce d’acqua sulla pellicola che poi stampavo traendone gli “idrogrammi”…

Uno spirito inquieto, insomma…
Credo sia, mutatis mutandis, lo stesso spirito che animava Leonardo. La curiosità è la madre della sapienza.

Per questo motivo non è contro il digitale.
Nel ’79 – insegnavo all’Università di Parma – dissi che la fotografia tradizionale sarebbe morta prestissimo e che stava per nascere una forma di fotografia diversa, legata ai nuovi mezzi tecnologici. Seguii dieci tesi di laurea sulla fotografia digitale dell’epoca, la “videografica”. Del resto ho anche teorizzato che tra breve tempo le foto potranno essere inviate direttamente con i neuroni…

Come è possibile?
Negli Usa, ad Atlanta, anni fa scoprirono che attraverso dei sensori il cervello era in grado di trasmettere il bianco e il nero. Se riesce a fare questo, secondo me vuol dire che è anche capace di trasmettere immagini, cioè fotografie. Basterà attendere qualche anno, far avanzare gli studi neurologici. La tecnologia informatica farà il resto.

 

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“Idrogramma”, 1952

 

Ma la moltiplicazione del numero delle fotografie scattate ovunque e da tutti non è un male?
No. Sarebbe come dire che è male il linguaggio.

Cioè?
Il moltiplicarsi delle fotografie significa che la fotografia è diventata come la parola. Come è stato sconfitto l’analfabetismo verbale, così ora sta per essere sconfitto quello fotografico, perché ognuno oggi è in grado scattare foto con estrema facilità. In un futuro assai vicino ci si esprimerà quotidianamente molto di più con la fotografia che con le parole. Ci saranno criteri internazionali di riconoscibilità, senza bisogno di alcuna traduzione.

E che ne sarà della fotografia artistica?
La parola è forse di per sé arte? Non credo. Eppure c’è chi la sa usare artisticamente: «M’illumino / d’immenso». Sono due semplici parole, e sono arte. Per la fotografia vale la stessa dinamica. Con due foto puoi esprimere un grandioso e originalissimo concetto poetico, culturale, filosofico. E artistico.

A proposito, quali sono gli artisti del passato che ama di più e da cui trae maggiormente ispirazione?
Tre in particolare: Leonardo Da Vinci, non solo per il suo lavoro pittorico, ma anche per la creatività tecnica che ha espresso; poi c’è Duchamp, per l’intelligenza, il ribaltamento dei concetti, la provocazione…

La provocazione… Si può ancora provocare in arte?
Beh, oggi il clima è per certi aspetti degenerato. Che altro si deve inventare, che so, Cattelan? E Damien Hirst? Che deve fare, immergere sé stesso nella formaldeide?

Il terzo artista del passato?
Lucrezio, il sognatore che ha intuito l’atomo. Il suo “De rerum natura” l’avrò letto forse una ventina di volte. In quell’opera visionaria ci sono degli spunti straordinari anche per l’oggi.

E tra quelli che ha conosciuto direttamente, quali i suoi riferimenti?
Soprattutto gli artisti italiani dell’informale: Vedova, Tancredi, Barbarigo, tutti miei amici. Nel 1948, con Tancredi e Vedova andammo a Venezia a vedere le prime opere di Pollock che arrivavano nel nostro Paese dagli Usa, per la Biennale. Peggy Guggenheim ci mostrò i suoi quadri di notte, prima dell’apertura della mostra. Eravamo i primi… Ed eravamo emozionatissimi, naturalmente.

Perché amava l’arte informale?
Condividevo il desiderio di rottura con il passato, con il conformismo, con le vecchie tradizioni. Tutti i movimenti d’avanguardia procedono per salti e rotture, come il Futurismo, per esempio. Molti di essi hanno rappresentato momenti bellissimi e l’arte informale è stato uno di questi.

Se le proponessero di rivisitare fotograficamente a distanza di più di mezzo secolo i luoghi in cui ambientò i suoi primi lavori, lo farebbe?
Mi piacerebbe molto, per fare paragoni, per vedere i cambiamenti. Ma lo spirito che avevo allora era quello di un giovane che usciva da cinque anni di guerra vissuti sulla propria pelle: bombardamenti, morti, rastrellamenti, fascisti, tedeschi. Era un mondo in cui più che vivere, si tentava di sopravvivere. Forse in altri luoghi del pianeta andrei con qualcosa di simile allo spirito di quel tempo…

Dove, per esempio?
Beh, sono stato invitato a fare un servizio a Beirut dall’ambasciata italiana in Libano, che gestisce i grandi campi profughi nella capitale. Mi hanno chiesto di raccontare con le foto quello che accade lì. Sarà realizzato un libro. Partirò a ottobre. Lavorerò con quelle persone un po’ come lavoravo con la gente dell’Emilia e delle periferie negli anni Cinquanta, condividendo le loro gioie e i loro dolori.

Sì, Nino Migliori è come il tuffatore della sua più celebre foto. E il mare è il futuro in cui già sta nuotando.

 

03

da “Manifesti strappati”, 1958

 

04

da “Muri”, 1954

 

05

da “Gente dell’Emilia”: “Vecchio convento”, 1957

 

06

da “Gente dell’Emilia”, 1957

 

07

da “Gente dell’Emilia”, 1955

 

08

da “Gente del Delta”, 1958

 

09

da “Gente dell’Emilia”, 1959

 

10

da “Italian sketchbook”, anni Ottanta

 

11

da “Italian sketchbook”, anni Ottanta

 

12

da “Manifesti strappati”, 1973

 

13

da “Muri”, anni Settanta

 

14

da “Sunshadows”, ossidazione, 2010

 

15

da “Polarigrammi”, 1977

 

Photos via:

July 2, 2014