I volti di Adolfo Wildt: la maschera e il dolore

Adolfo Wildt,

"Parsifal (Il puro folle)", 1930

Delle opere di Adolfo Wildt (Milano, 1868-1931), lo scrittore siciliano Luigi Pirandello fu grande estimatore, nonché, come Gabriele D’Annunzio, collezionatore. Allo scultore milanese – ma di origini svizzere – Pirandello tra l’altro commissionò anche le maschere del suo dramma più famoso, i “Sei personaggi in cerca d’autore”.

Del resto Wildt fu profondamente ispirato dal tema letterario del “doppio”, che Pirandello scandagliò con acribia nei suoi lavori narrativi e teatrali.

I volti, le maschere doloranti con le orbite vuote – dalle quali può lacrimare il buio di un’anima malata e nelle quali può entrare la luce della realtà che sveli la menzogna e il male – sembrano quelle di cui il drammaturgo agrigentino parla in un passo del suo saggio sull’“Umorismo”: «Ciascuno», scrive in quelle pagine Pirandello, «si racconcia la maschera come può, la maschera esteriore». Ma dentro ce n’è un’altra, «che spesso non s’accorda con quella di fuori».

I volti metafisici e surrealistici di Wildt sono forse “l’altra maschera” cui allude Pirandello. Si può non essere d’accordo con l’esclamazione con cui conclude il suo pensiero: «E niente è vero!».

Senz’altro risultano veri il dolore e la desolazione che Wildt ci ha lasciato in queste sue opere.

June 25, 2014