I Paesaggi urbani di Sironi, gloria della città

di Giuseppe Frangi

Mario Sironi era arrivato a Milano nel 1915, povero al punto di non poter portare con sé neanche la moglie Matilde. Era arrivato nella città più moderna e ambiziosa d’Italia, che pur nel clima di una terribile guerra in corso non rinunciava a immaginarsi proiettata verso un futuro visionario.

Al giovane Sironi accadde quel che era accaduto a tanti artisti della sua generazione: la città, con i suoi ritmi, le sue luci, la sua concitazione, li aveva completamente sedotti. Non riuscivano più a concepirsi come artisti fuori da quegli orizzonti che la città metteva ogni istante davanti ai loro occhi. Ma la città non era la stessa per tutti. Se per i suoi amici futuristi era un’entità positiva a priori, il soggetto principe di una nuova mitologia moderna, per Sironi le cose non stavano così. «Milano ronza intorno come quei motori del dirigibile che ascoltavamo», scrive in una lettera alla moglie. «Che cosa può darmi la città commerciante se non il ribrezzo e il bisogno di difesa contro la sua stessa potenza?».

Sironi quindi da una parte subisce il fascino della metropoli moderna, ma dall’altra lavora subito per procurarsi gli anticorpi. È così che nasce quella straordinaria serie di Paesaggi urbani degli inizi anni Venti in cui l’artista fissa immagini di Milano lontane anni luce dal velleitarismo a volte un po’ infantile dei futuristi. Sironi non fa l’ideologia della città ma se ne lascia impregnare. I suoi Paesaggi sono visioni sintetiche che esprimono la doppia tensione che caratterizza un contesto urbano in grande espansione: da una parte una dimensione di potenza che genera quella travolgente energia costruttiva; dall’altra una dimensione di oscurità, per esprimere invece il senso di spaesamento e di solitudine che questo sviluppo impetuoso genera.

I Paesaggi urbani di Sironi non a caso sono quasi sempre luoghi non abitati da presenze; sono luoghi densi di assenze e silenzi. Ed è proprio questa densità il fattore che li contraddistingue: non c’è l’uomo, ma tutto è impregnato del suo corpo, del suo respiro, dei suoi sguardi. Difficile immaginare città più vissute di queste, nonostante si presentino sempre quasi deserte. Ed è difficile immaginare città più monumentali di queste che pur non indugiano mai a svelare i loro monumenti, perché ci mostrano solo grandi muraglioni, strade, capannoni o l’ossatura dei gasometri. Ma come diceva un’ascoltatissima interprete di quella stagione culturale, Margherita Sarfatti, «da questo squallore meccanico della città odierna Sironi ha saputo trarre… una bellezza e una grandiosità nuove».

Poi poco alla volta quell’impeto di grandiosità aveva preso la mano all’artista, che s’era avventurato nella stagione delle vaste pitture murali e pubbliche, un tentativo generoso di collateralismo culturale che si era chiuso con un’inevitabile sconfitta agli inizi degli anni Quaranta. È a questo punto che Sironi tornò sui suoi passi, riprendendo il discorso lasciato interrotto da quasi vent’anni dei Paesaggi urbani.

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Cavallo bianco e molo, 1920-1921

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Periferia, 1948

Ma questa volta le città si sono incupite, quasi che una patina di catrame ne avesse appesantito le ali. Sironi continua a dipingere per amore, ma il suo pennello sembra trascinarsi a fatica tra cieli plumbei, muri saturi di stanchezza, case ammutolite. A volte è la stessa superficie della pittura, screpolata e raschiata, a dichiarare una condizione di travaglio, così lontana da quei lampi di fervore futurista che pur si scorgevano nei primi Paesaggi urbani.

Il Sironi del meraviglioso Paesaggio urbano, 1943, della collezione Jesi (oggi a Brera) è un Sironi notturno, che guarda con commozione le sue città avvolte da una cappa buia; i cieli del Gasometro (1943, Collezione Giovanardi, oggi al Mart di Rovereto) sono cieli di latte, bianchi ma senza luce, per di più inchiostrati da nubi di un nero cupissimo.

Eppure Sironi non è mai un apocalittico. E anche di fronte a scenari così desolati riesce sempre a dire qualcosa di profondamente tenero; a confessare un affetto irriducibile per quei suoi e nostri Paesaggi urbani.

È stato detto che questi Paesaggi sono una sorta di glorificazione delle città. L’affermazione può sembrare paradossale ma non lo è: la gloria della città per Sironi non sta nelle “magnifiche sorti e progressive” che dovrebbero rappresentare, ma nella densità di esperienze umane di cui sono costituite e costruite. Che ne sono quasi il “cemento”. Sironi lo sa e usa la sua pittura per fare emergere quest’anima urbana; ne tesse un inno che non ha mai nulla di retorico perché è fatto della fatica, degli affanni, delle ansie che solcano ogni istante la vita della città.

Sono quadri fatti della stessa pasta di cui sono fatte le città.

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Paesaggio urbano, 1927

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Il camion giallo, 1919

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Sintesi di paesaggio urbano, 1919

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Paesaggio,1949

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Paesaggio urbano, 1920

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Paesaggio urbano, 1940

 

January 24, 2014