I collage di Soffici, accoppiamenti inconciliabili

"BÏF§ZF+18. Simultaneità e chimismi lirici", 1915

In una lettera indirizzata all’amico Giovanni Papini, datata 8 aprile 1919, Ardengo Soffici scrisse testualmente: «Il collage mi ripugna». Ambiguità di un prestito linguistico: in questo caso il pittore e scrittore toscano (1879-1964) non si riferiva alla tecnica artistica della sovrapposizione di fotografie, carte, ritagli di giornale e altro, ma impiegava un modo di dire francese con cui si indicava, tra l’altro, il “concubinato”.

A Soffici naturalmente il collage d’arte non ripugnava affatto, e lo utilizzò ampiamente, come molti colleghi del movimento futurista.

Tale tecnica – «una nobile conquista dell’irrazionale», come la definì Max Ernst, ossia «l’accoppiamento, in apparenza inconciliabile, di due realtà poste su un piano che a prima vista non le soddisfa» – fu molto apprezzata da vari componenti dell’avanguardia italiana dei primi anni del Novecento, tra i quali Gino Severini, Umberto Boccioni e Carlo Carrà.

Sul concubinato “stricto sensu” l’artista disse spesso la sua, come quando, nel “Giornale di bordo”, la rubrica che teneva sul periodico futurista “Lacerba”, annotava: «Nel caso di una donna colta in flagrante adulterio si cominci con l’arrestare il marito, perché quasi sempre – nove volte su dieci – la colpa è sua».

Ecco, fuor di metafora, alcuni collage di Soffici.

June 26, 2014