“Giuditta e Oloferne” nell’arte italiana del Seicento

Orazio Gentileschi,

Orazio Gentileschi, "Giuditta e l'ancella", 1608-09 ca, olio su tela, Nasjonalmuseet for Kunst, Arkitektur og Design, Oslo

Il soggetto iconografico “Giuditta e Oloferne” è stato visitato spessissimo anche nel Seicento. L’episodio è stato rappresentato da molti autori e con diversi stili, ispirati al classicismo e al barocco.

E anche al “caravaggismo”, corrente pittorica cui appartengono, ad esempio, Orazio e Artemisia Gentileschi, profondamente influenzati dalle opere del grande Michelangelo Merisi.

Fin dal Medioevo, spiega il critico d’arte Maurizio Calvesi, esistono commenti alle Sacre Scritture che identificano Giuditta con Maria Vergine e Oloferne con il diavolo. Quasi certamente Caravaggio ha voluto riprodurre questa simbologia, poiché la figura di Oloferne richiama, nelle sue contorsioni, la rappresentazione del diavolo in molte opere, tra cui “San Michele e il diavolo” di Raffaello […] Oloferne rappresenta dunque il demonio. Giuditta incarna la figura di Maria Vergine, quindi la Chiesa, che riesce a sconfiggere il male nonostante la sua debolezza. Il gesto con cui Giuditta recide la testa nel quadro è, in effetti, senza forza, poco verosimile: com’è possibile che un braccio così poco energico riesca a tagliare la testa di un generale? Questa incongruenza fa parte delle obiezioni sollevate da chi sosteneva che la tela non fosse di Caravaggio. E invece è tutta lì la simbologia del pittore: non è grazie alla sua forza che Giuditta riesce a uccidere e decapitare Oloferne, ma grazie alla forza che le infonde Dio; e questa luce che le piove dall’alto è la luce divina che guida la sua mano (Massimiliano Finazzer Flory [a cura di], “Il gioco serio dell’arte”, Bur, Milano 2008).

April 30, 2015