Giorgio Morandi, paesaggista con il cannocchiale

Giorgio Morandi, Paesaggio, 1927 (Roma, Camera dei Deputati)

Giorgio Morandi, Paesaggio, 1927 (Roma, Camera dei Deputati)

di Giuseppe Frangi

47 chilometri, non uno di più. È la distanza che separa Bologna, via Fondazza, e Grizzana: il mondo di Giorgio Morandi, uno dei grandi e “universali” artisti del Novecento, stava tutto in quel ristretto raggio di terra, tra il suo studio bolognese e il paesino dove trascorreva periodi di vacanza. Pittore stanziale come pochi, refrattario non solo ai viaggi ma alle distrazioni del sistema dell’arte, Morandi in vita sua non andò mai a Parigi, varcò il confine italiano solo un paio di volte per recarsi in Svizzera. Il suo paesaggio è perciò un paesaggio ben noto, indagato al millimetro da uno sguardo che non ritiene mai completato il proprio compito.

Oggi Grizzana, sulle pendici degli Appennini emiliani, a 540 metri di altezza, lungo la direttrice che poi scende verso Pistoia, ha aggiunto al proprio nome quello dell’artista che ne ha immortalato le vedute fatte di pochissimi elementi. Grizzana Morandi è un paese appartato, che si gode gelosamente una solitudine preziosa. Questo doveva piacere all’artista, che qui trovava le condizioni per organizzare con più calma e lucidità le sue straordinarie meditazioni per immagini. Sarebbe sbagliato pensare che Morandi aprisse la finestra e dipingesse il paesaggio che si trovava davanti. In realtà il suo procedimento era assai più complesso e pensato. È difficile ad esempio riconoscere nella realtà i tagli scelti per le sue tele. Morandi opera sempre una forzatura, non nel senso che altera o reinventa il paesaggio, ma nel senso che stringe su particolari del tutto secondari e spesso quasi irrintracciabili. Cesare Brandi, uno dei critici con cui il pittore aveva relazioni più fitte, raccontava di aver visto Morandi dipingere curiosamente con il cannocchiale. Non si avvicinava fisicamente al “motivo” (così Cézanne chiamava il brano di paesaggio scelto per la tela) ma lo scrutava a distanza, per essere più libero e anche più discreto.

Morandi con il cannocchiale non cercava suggestioni ma corrispondenze: corrispondenze tra quadri visti in riproduzione (anche quelle quasi sempre piccolissime e in bianco e nero), in particolare di Cézanne e di Corot. L’occhio sottile di Morandi infatti coglieva sempre lo schema segreto che stava dietro alla composizione di un quadro e cercava di ritrovare quello schema in natura. Quando trovava la corrispondenza, il “motivo” per lui acquistava la necessaria forza e dignità per essere dipinto.

La genesi del paesaggio di Morandi non è quindi mai frutto di una presa diretta, ma al contrario di una lunga elaborazione mentale. Morandi, che pure adora la natura, la sua luce e i suoi colori, non è affatto un pittore naturalistico. Come i grandi del Quattrocento italiano, Piero della Francesca innanzitutto, il dato di natura passa attraverso la prova di un’organizzazione compositiva, che lo fa essere qualcosa di uguale ma insieme di completamente altro.

Uno dei paesaggi più celebri di Morandi è il quello datato 1927, oggi conservato alla Camera dei Deputati, dove si vede il muro bianco di una casa stagliato contro un cielo blu, preso da sotto in su. È un quadro che Morandi mutua pari pari da una celebre opera di Cézanne, La maison lézardée, oggi al Metropolitan. Secondo il procedimento che gli è consueto, Morandi prima trova a Grizzana una casa simile a quella dipinta da Cézanne, e solo allora si sente di poter fare un quadro “alla Cézanne”. Poi sulla tela inserisce un fattore che lo differenzia radicalmente dal suo riferimento di partenza: il sotto in su per il grande maestro francese era lo spunto per dare un senso di potente profondità spaziale; Morandi annulla completamente quell’effetto e cerca invece una dimensione piatta, tanto che il dipinto può essere visto quasi come un montaggio di macchie di colori.

Perché Morandi fa questo? Perché sa che la pittura non può essere riproduzione della realtà, ma realtà essa stessa. Cioè luogo di un’esperienza compiuta, avventura di uno sguardo che si appoggia su visioni ben note, che non inventa nulla, ma che è ogni volta sorprendentemente nuovissimo.

September 11, 2014