“Full Color” in mostra a Roma. Intervista con Franco Fontana

Franco Fontana, Full Color, Basilicata, 1978

Basilicata, 1978

di Paolo Mattei

Se si osservano i paesaggi di Franco Fontana e contemporaneamente si ascoltano le parole utilizzate dallo stesso fotografo per descriverli, può capitare che vengano alla mente, come il risultato inaspettato di una reazione chimica, i versi dell’“Infinito” leopardiano: il poeta recanatese immaginava al di là della celebre siepe «interminati spazi», «sovrumani silenzi», «profondissima quiete». E usava, per dire “immaginazione”, l’espressione «nel pensier mi fingo».

«Questa suggestione non può che gratificarmi, naturalmente», si schermisce il grande artista modenese: «In effetti, le mie sono “fotografie di pensiero”, “paesaggi di pensiero”. Mi interessa esprimere quello che c’è oltre la siepe, quello che l’occhio non vede, far sì che quanto è invisibile diventi visibile».

Franco Fontana, classe 1933, è a Roma per presentare la mostra “Full Color”, che da Venezia è da pochissimo approdata nella capitale, dove sosterà fino all’11 gennaio dell’anno prossimo.

Ospitata nel Palazzo Incontro della centralissima via dei Prefetti, la retrospettiva dedicata al fotografo – 130 scatti che ne raccontano la lunga storia – è curata da Denis Curti, promossa dalla Regione Lazio nell’ambito del Progetto ABC – Arte Bellezza Cultura – e organizzata da Civita.

Gli abbiamo posto alcune domande.

“Paesaggi di pensiero”, diceva… Che cosa significa esattamente?
Che in una fotografia ciò che conta è quello che il fotografo vuole esprimere. Quindi, il suo pensiero. E può capitare che di quel pensiero s’innamorino anche altri, e che se ne vogliano appropriare, lo vogliano utilizzare e diffondere…

Vale a dire?
Beh, pensi alla mia foto più conosciuta, “Baia delle zagare”, che realizzai in Puglia più o meno trentacinque anni fa. Nel 1978 fui contattato dal Ministero della Cultura francese che mi chiedeva il permesso di utilizzarla per un manifesto: l’obiettivo era diffondere il pensiero francese, e a loro avviso quel paesaggio ne esprimeva compiutamente la sostanza…

Il pensiero francese rappresentato da una sua foto… Una bella soddisfazione, anche per l’Italia, dati il soggetto e l’autore…
Direi di sì. I francesi, che in quanto a orgoglio nazionale non devono imparare niente da nessuno, scelsero il mio paesaggio pugliese. Del resto, nella mia carriera ho avuto molta più soddisfazione dalla Francia che dall’Italia.

La fotografia come espressione del pensiero. E la realtà? Che ruolo gioca?
La realtà è un pretesto. È la materia prima, come il marmo da cui Michelangelo, eliminando il superfluo, traeva l’opera che aveva concepito nella mente. Ciò che conta non è il visibile, ma quello che non si vede.

Che fa, cita Saint-Exupéry?
Beh, è un francese, no?

Giusto. Insomma, secondo lei, come diceva lo scrittore del “Piccolo Principe”, «l’essenziale è invisibile agli occhi».
L’invisibile è il fondamento. Pensi, che so, a un albero centenario: vive grazie alle radici, e le radici non si vedono. Ecco, io voglio cogliere quell’invisibile e raccontarlo. Voglio interpretare la materia, la realtà. Fare come Michelangelo: togliere il superfluo.

Che è poi il suo motto: «Cancellare per eleggere».
Certo. Ripeto, voglio interpretare la realtà. Il paesaggio che fotografo è visibile a tutti. Ma la mia foto desidera coglierne tratti che non si vedono a occhio nudo. Così capita che qualcuno mi dica: «Sono andato in Provenza e ho visto i “tuoi” paesaggi». Magari c’era già stato, quei paesaggi erano di per sé anche i “suoi”, ma dopo aver osservato le mie foto, ha identificato quella porzione di realtà cogliendo qualcosa che non aveva mai visto.

Ha conosciuto l’interpretazione di Fontana di quella porzione di realtà…
Direi meglio: ha visto una porzione dello stesso Fontana, perché le fotografie “sono” i fotografi. Lo scatto è una parte di me stesso che testimonia quello che sono. Quando io fotografo un paesaggio è il paesaggio che si fa l’autoritratto attraverso di me, identificandosi al meglio. Io vivo un amplesso col paesaggio, io divento il paesaggio e lo testimonio. Del resto, come dico sempre, nel mondo si scopre solo quello che ci portiamo dentro…

E qui pare che lei si riferisca implicitamente all’antica gnosi, o al “conosci te stesso” del Tempio di Apollo a Delfi, o alla maieutica di Socrate, o all’anamnesi di Platone…
Il mio riferimento filosofico è in verità ancora più a Oriente, è lo zen giapponese. Una volta in un articolo mi misero a confronto con un fotografo nipponico mostrando come io fossi molto più “orientale” di lui…

Una filosofia, quella zen, difficile da osservare…
Noi occidentali non riusciremo mai a viverla pienamente, indica mete quasi irraggiungibili, è la meditazione assoluta… Ma è la filosofia che mi affascina di più. Ho letto molti testi, cerco di spiegare e di mettere a tema alcuni suoi concetti nei corsi di fotografia che tengo in giro per il mondo. Ma sono ben lontano dal riuscire a praticarla compiutamente. Sono sempre uno che vive di pane e salame…

Torniamo alla fotografia, e alla “realtà”. Nella diatriba sul digitale, dove si colloca? Favorevole o contrario?
Favorevole, ça va sans dire. Proprio per quello che ho detto finora. Rendere visibile l’invisibile, mostrare la realtà conosciuta in un modo diverso, rappresentare sé stessi nel paesaggio che si fotografa, “cancellare per eleggere”: la creatività fotografica è tutto questo. Se la postproduzione è uno strumento utile a tale fine, sia la benvenuta. Fa parte di un progresso che concede questa licenza al fotografo.

E attualmente per che cosa sta lavorando?
A novembre, al Palazzo Ducale di Genova sarà inaugurata “Vita Nova”, una mostra di miei scatti ai monumenti del Cimitero di Staglieno. E ho da poco concluso “Bellezze disarmoniche”, un lavoro sulle persone diversamente abili che ho fotografato mentre visitavano dei musei.

Photos via ©Franco Fontana

October 20, 2014

“Full Color” in mostra a Roma. Intervista con Franco Fontana