Ferro battuto, quello vero

Il mio amore per il ferro non è stato uno di quelli a prima vista, anzi è stato un vero e proprio amore ad ultima vista: “love at last sight”, come dicono in Inghilterra.

In realtà io non volevo fare il fabbro. L’esserci letteralmente “cresciuto in mezzo” aveva fatto perdere ai miei occhi qualsiasi interesse.
Per me era banale: io volevo essere l’esatto contrario, volevo esprimermi ed essere originale. Come avrei mai potuto farlo con il ferro? – Che stupido! – la sua polvere mi dava fastidio e anche l’odore non era dei migliori, sviavo sempre dall’aiutare mio nonno e mio padre in officina. A pensarci adesso, ero un vero scansafatiche.

Poi qualcosa è cambiato. Probabilmente sono cambiato io. Ho iniziato ad ascoltare meglio ed osservare più attentamente, a imparare i rudimenti. In particolare mi colpiva come il ferro, così duro da lavorare, raggiunta la giusta temperatura si ammorbidisse e – come dire? – “si lasciasse fare di tutto”, più o meno.

Il fascino ha preso il sopravvento, ed alla forgia anche gli improperi filastroccati di mio nonno, ritmati dalla percussione del martello sull’incudine, diventavano ancestrali e mistici, come delle formule magiche necessarie a piegare il ferro alla propria volontà.

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Fotografie: © Benedetta Balloni

June 6, 2016