Emozioni dal Palatino. Intervista con Clementina Panella

Veduta aerea della valle del Colosseo e delle pendici nord-orientali del Palatino. Davanti all'Arco di Costantino, l'area di scavo della

Veduta aerea della valle del Colosseo e delle pendici nord-orientali del Palatino. Davanti all'Arco di Costantino, l'area di scavo della "Meta Sudans", ormai reinterrata

di Paolo Mattei

Quando mostra un reperto archeologico significativo – per esempio il frammento colorato della decorazione di una struttura del VII secolo, o quello di un piccolo volto scolpito su cui s’incurva un enigmatico “sorriso arcaico” – si emoziona. E quell’emozione la trasmette anche a chi, come noi, la ascolta.

Clementina Panella, docente di Metodologia e tecniche della ricerca archeologica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università “La Sapienza” di Roma, porta avanti da più di quindici anni i lavori di scavo e di studio in un’area situata tra la valle del Colosseo e le pendici nord-orientali del Palatino e sud-orientali della Velia (dall’Arco di Costantino all’Arco di Tito, nel Parco archeologico del Foro Romano-Palatino).

Stiamo parlando dello spazio fisico in cui ebbe inizio, nell’VIII secolo a.C., la storia di Roma, il luogo scelto da Romolo, o da chi per lui, per fondare la città. Dal Palatino deriva non a caso il termine “Palazzo”, per antonomasia la sede del potere.

«L’archeologo», spiega la professoressa Panella, «quando scava, sfoglia il grande libro della storia umana, ma lo legge partendo dall’ultima pagina, che con grande probabilità è scritta nella lingua dei tubi del gas o dei fili elettrici, depositati nello strato più superficiale. Ecco, noi in questi quindici anni di scavi stratigrafici siamo arrivati fino alla prima pagina di questo meraviglioso testo relativo alla vicenda dell’Urbe e dei suoi abitanti. E stiamo leggendo qualcosa che ci dà conferma della presenza umana in tale sito fin dall’Età del Bronzo finale, cioè intorno al XIV secolo a.C. Naturalmente, le parole di quell’epoca così remota sono composte anche da frammenti minimi, magari esteticamente insignificanti. Comunque importantissimi».

Un’importanza che non sfugge a Loveitaly!“, l’associazione no profit che, attraverso una piattaforma di crowdfunding internazionale, si è data l’obiettivo di creare un sistema di raccolta fondi in grado di coinvolgere piccoli e grandi donatori sparsi in tutto il mondo per tutelare e promuovere i capolavori storici e artistici dell’Italia.

“Loveitaly!” si è attivata già da qualche mese per sostenere il lavoro portato avanti dal team della Panella con l’aiuto del CISTeC, il Centro di ricerca in scienza e tecnica per la conservazione del patrimonio storico-architettonico della Sapienza, e sotto la direzione della professoressa Maria Laura Santarelli.

Un lavoro che, ovviamente, non termina con la fine degli scavi, ma continua con i reinterri, la protezione delle strutture, il restauro e le analisi dei reperti mobili (metalli, vetro, terrecotte architettoniche…). Anche a queste finalità è dedicata la raccolta fondi di “Loveitaly!” (che è descritta analiticamente qui).

La professoressa Panella – che nella sua carriera di archeologa ha diretto importanti scavi in Italia e all‘estero, come quelli delle Terme del Nuotatore di Ostia, della “Centuria A” di Cartagine, e, a Roma, della “Porticus Liviae” e dell’area della “Meta Sudans” in piazza del Colosseo – ci accoglie nell’ex Vetreria Sciarra, oggi sede distaccata della Facoltà di Lettere e Filosofia della “Sapienza”, nel quartiere romano di San Lorenzo.

La accompagniamo a visitare i laboratori in cui giovani ricercatori della sua équipe sono impegnati ad analizzare un numero incredibile di reperti. E le poniamo alcune domande.

Resti di una domus di età tardo-repubblicana/augustea, rinvenuta nel cantiere di scavo della pendice nord-orientale Palatino

Resti di una domus di età tardo-repubblicana/augustea, rinvenuta nel cantiere di scavo della pendice nord-orientale Palatino

Quali sono i ritrovamenti più antichi nell’area in cui ha lavorato?
Per ciò che riguarda i resti di strutture, i più antichi sono le capanne dell’Età del Ferro, nei pressi dell’Arco di Tito, risalenti al X secolo, cioè a prima della fondazione di Roma, tradizionalmente individuata nel fatidico 753 a.C. La scoperta è stata importante non perché non si sapesse che il Palatino era già abitato in età protostorica. Ma perché rappresenta un elemento fondamentale per disegnare una storia insediativa che precede e accompagna la vicenda della città dall’VIII secolo a.C. fino a oggi.

Avete studiato anche le “Curiae Veteres”. Di che cosa si tratta?
Di un santuario, un’area sacra che le fonti antiche collocano su uno dei quattro vertici della Città Quadrata fondata da Romolo. Nelle “Curiae Veteres” – ristrutturate in età augustea (7 a.C.) e claudia (51 d.C.) – i cittadini si riunivano periodicamente.

Che cosa si faceva in concreto in quest’area?
Beh, innanzitutto si mangiava insieme. Abbiamo trovato molti resti “sacralizzati” di ossa animali. Varrone, scrittore di età augustea – I secolo a.C. –, spiega che esistevano due tipi di “Curiae”: la “Curia Senatus”, in cui i cittadini provvedevano all’amministrazione della cosa pubblica, e le “Curiae Veteres”, nelle quali i cittadini, divisi in curie – originariamente erano trenta, e, per intenderci, possiamo assimilarle ai nostri municipi –, celebravano insieme la loro divinità comune, ossia Giunone dei Quiriti, “Iuno Curitis”. Nessun altro posto al mondo entrato nell’orbita di Roma ospita delle “Curiae” che non siano quelle in cui si gestiva la cosa pubblica. Soltanto a Roma esiste questo spazio comunitario, civico, in cui si riuniscono tutti i cittadini, indipendentemente dal censo o dalla classe, per stare insieme in maniera conviviale e solidale, per celebrare riti, consumare pasti comuni, festeggiare la divinità.

Poi a un certo punto furono abbandonate…
Sì. Sappiamo da fonti letterarie come a un certo punto si siano costruite le “Curiae Novae”, mai ritrovate, e probabilmente collocate nei pressi del Celio. Ma sette o quattro curie non vollero spostarsi e rimasero nelle “Curiae Veteres”: la zona ha mantenuto per tutta la storia di Roma, fino alla fine dei culti del mondo antico, un’importanza strettamente legata alla sua funzione originaria. Le “Curiae Veteres” sono citate come ancora esistenti nei Cataloghi regionari del IV secolo d.C. Non credo vi siano molti altri insediamenti testimoni di una tale continuità. Forse solo il Tempio di Giove Capitolino può rivendicare una simile persistenza di frequentazione.

Area di scavo della "Meta Sudans"

Area di scavo della “Meta Sudans”

C’è stata anche una scoperta importantissima riguardante la “Meta Sudans”, che lei aveva già studiato in passato…
Sì, è un’indagine che abbiamo ripreso nel 2001. La “Meta Sudans” era una fontana a forma di cono, alta 18 metri, di età flavia, cioè della fine del I secolo d.C., contemporanea quindi all’edificazione dell’Arco di Tito e del Colosseo, di fronte al quale si trovava fino agli anni Trenta del Novecento, quando fu smontata per fare spazio alla via dei Trionfi voluta da Mussolini. Si era sempre ventilata l’ipotesi, sulla base soprattutto di ragioni topografiche, che vi fosse una “Meta” più antica di quella d’età flavia, un monumento di epoca augustea, che rappresentasse il vertice di alcune “regiones” risalenti alla divisione amministrativa realizzata da Augusto nel 7 a.C. Insomma, una “Meta” prima della “Meta”. Nel 2002 l’abbiamo trovata… Una bella soddisfazione.

In effetti, di soddisfazioni in questi quindici anni, ne ha avute più d’una…
Le scoperte sono state numerose e importanti. Tra le altre cose, abbiamo individuato a cinque metri di profondità i resti di un altro santuario ai piedi della Velia – anch’esso risalente all’epoca della fondazione della città –; un tempio andato distrutto in un incendio nel 50 o nel 51 d.C. ricostruito da Claudio nei tre anni successivi; l’“Edicola dei suonatori di strumenti in bronzo”, di età claudia, con lastre di marmo recanti un’iscrizione di età imperiale lunga cinque metri; una domus aristocratica, che potrebbe essere quella in cui nel 63 a.C. nacque Augusto…

… le insegne imperiali di Massenzio…
Sì, si tratta quattro lance da parata, quattro lance portastendardi e tre scettri del IV secolo d.C. che potrebbero essere appartenuti a Massenzio e che sarebbero stati occultati dopo la sua morte, avvenuta come noto per mano di Costantino, nel 312 a Ponte Milvio. Purtroppo ora sono nel Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo…

Veduta del Palatino

Veduta del Palatino

Perché dice “purtroppo”?
Perché sarebbe bello che questi reperti venissero sistemati e resi visibili nell’ambiente in cui sono stati ritrovati. Materiale importante da noi recuperato è ora sparso nei vari musei della città. E inoltre a mio avviso la grande area archeologica centrale di Roma deve essere restituita al pubblico godimento senza barriere, senza cancelli, che sono la ricaduta dell’abbandono: l’antico vive soltanto se lo riusi. Occorre un progetto più ampio e complesso che ricomponga in un disegno unitario l’intera area che contiene il Colosseo, l’Arco di Costantino, il fronte orientale del Tempio di Venere e Roma, la base del Colosso, e anche la “Meta” flavia. Certo, siamo comunque contenti che vi sia la trasmissione della memoria attraverso l’esposizione museale di tali testimonianze. Ma occorrerebbe una visione più razionale della conservazione e valorizzazione dei beni archeologici. Pensi soltanto che noi, per poter lavorare, abbiamo dovuto rinunciare al premio di rinvenimento…

Per quale motivo?
Perché altrimenti non avremmo ottenuto la concessione per lo scavo da parte dello Stato. È una paradossale “condicio sine qua non”. Guardi, il nostro è un mestiere difficile soprattutto per le difficoltà burocratiche. È un’attività che si fonda soprattutto sulla passione e sulla generosità delle persone. Come i tanti giovani che in questi anni ci hanno seguito, spingendoci con il loro impegno, il loro entusiasmo, la loro intelligenza a continuare le ricerche anche nei momenti più difficili.

L'area di scavo delle pendici nord-orientali del Palatino all’inizio delle indagini

L’area di scavo delle pendici nord-orientali del Palatino all’inizio delle indagini

L'area di scavo delle pendici nord-orientali del Palatino

L’area di scavo delle pendici nord-orientali del Palatino

L'area di scavo delle pendici nord-orientali del Palatino

L’area di scavo delle pendici nord-orientali del Palatino

Perticolare dello scavo

Perticolare dello scavo

Foto di gruppo dell'équipe di ricercatori e degli studenti dell'Università "La Sapienza" che hanno collaborato con Clementina Panella

Foto di gruppo dell’équipe di ricercatori e degli studenti dell’Università “La Sapienza” che hanno collaborato con Clementina Panella

La professoressa Clementina Panella

La professoressa Clementina Panella

Per contribuire al progetto di crowdfunding “Scavo del Palatino”, consultare il sito di “Loveitaly!”.

Photos via:

January 20, 2017

Emozioni dal Palatino. Intervista con Clementina Panella

Roma
Piazza del Colosseo, Palatino
Loveitaly!
+39 06 62275412