Beato Angelico: i fiori e le stimmate di Gesù del “Noli me tangere”

di Giuseppe Frangi

Non c’è nessun altro artista il cui nome sia stato quasi suggerito dal suo stile poetico. Beato Angelico è infatti un nome ma è nello stesso tempo la migliore e più sintetica chiave per capire il segreto della sua pittura. Beato lo è realmente, in quanto elevato agli altari da Giovanni Paolo II. Angelico è invece il “nickname” che ha sostituito il nome reale, quello che aveva assunto da frate domenicano, Giovanni da Fiesole.

L’Angelico è davvero un pittore raro, perché concepisce l’arte come un servizio, come una funzione a qualcosa che è più grande dell’arte stessa. Per capirlo basta mettere piede in quel posto meraviglioso che è il Convento di San Marco a Firenze; convento voluto da Cosimo il Vecchio de’ Medici, progettato da Michelozzo e dove l’Angelico da frate aveva vissuto per tanti anni. A San Marco il Beato ha lasciato il suo ciclo più importante, uno dei maggiori capolavori del Quattrocento italiano. È un ciclo molto particolare, quasi tutto ad affresco, che si sviluppa cella per cella, e in alcuni punti “esce” anche nei corridoi. Il Beato lavora per i suoi confratelli, fornendo loro immagini di meditazione tratte dal Nuovo Testamento, nelle quali spesso compare lo stesso san Domenico, come mediatore che indica ai suoi frati l’esempio da seguire.

Una figura chiave all’origine di questo ciclo è certamente quella di sant’Antonino, domenicano e vescovo di Firenze, che era stato a lungo priore di San Marco. Proprio sull’esterno della sua cella l’Angelico ha realizzato uno dei suoi capolavori, la grande Annunciazione che oggi appare ai visitatori in cima alla scala d’ingresso. Era stato proprio Antonino a suggerire quel soggetto, rinnovandone profondamente l’iconografia. Infatti seguendo l’insegnamento di san Tommaso, aveva adottato il criterio per cui un’immagine non doveva tanto rappresentare una storia, ma incentivare «la naturale attitudine a conoscere ed amare Dio». L’Angelico perciò usa tutte le innovazioni introdotte dall’Umanesimo, ma le usa portandole lontane dal principio che le aveva generate. La sua è infatti una pittura che va al di là della soglia, che trasforma le immagini in veri e propri atti di preghiera. Desume da Masaccio il principio della visibilità e della tridimensionalità dei corpi, ma li rendi puri, di una purezza che sembra quella della fine dei tempi.

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La Maddalena, particolare del “Noli me tangere”

Sono anche immagini costruite con una sapienza e una coerenza di pensiero, che oggi il nostro occhio non sa più cogliere. Come accade ad esempio in uno degli affreschi più famosi, dipinto per una cella: il “Noli me tangere”. C’è voluto un grande studioso e filosofo, capace di vera profondità di sguardo, per capire che nessun particolare in quella scena era stato messo a caso. Georges Didi-Huberman, studioso francese, ha ad esempio scoperto come in quell’affresco bellissimo, i fiori che sbucano dal verde prato siano disposti secondo una precisa logica. Lo studioso si è innanzitutto incuriosito per il modo con cui Beato Angelico li aveva dipinti. Scrive: «Sono macchie, più o meno regolari, fatte con il bianco di San Giovanni e, al di sopra, con il rosso. È un colore vivace, una terra rossa, che produce sulla parete leggerissimi rilievi; l’effetto ritmico di scansione ne risulta accentuato».

Un modo strano di dipingere i fiori, ma molto simile al modo con cui Beato Angelico aveva dipinto le stimmate sul piede di Cristo, appoggiato su quello stesso prato. Continuando l’osservazione Didi-Huberman ha notato come i fiori siano disposti a gruppi di cinque, proprio come le stimmate. Beato Angelico opera quindi quello che Didi-Huberman definisce uno «slittamento del segno iconico». La conclusione è tanto logica quanto bella: «Posso senz’altro affermare che le stimmate di Cristo, secondo il Beato Angelico, sono i fiori del suo corpo». Ma altrettanto legittimamente si potrebbe dire che «Cristo è qui rappresentato nell’atto emblematico di “seminare” le sue stimmate nel giardino del mondo terreno».

Sono idee di una semplicità luminosa, com’è luminosa tutta la pittura del Beato Angelico, più forte della stessa opacità propria dell’affresco. È infatti una luminosità interna, come colse l’occhio un grande artista americano, Mark Rothko, che dopo aver visitato San Marco si impegnò a studiare una preparazione in gesso per le sue tele, per dare al pigmento una qualità simile a quella di quegli affreschi. Voleva intercettare e far suo lo speciale splendore di cui era stato capace Beato Angelico. Ne nacque un quadro famoso, Untitled (1950), dove su un fondo giallo come le aureole del pittore beato, si apre una breccia di azzurro, come i suoi cieli da Paradiso.

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“Noli me tangere”, particolare

Annunciazione

“L’Annunciazione”

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L’Arcangelo Gabriele, particolare dell'”Annunciazione”

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“L’Annunciazione”, particolare

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“La Risurrezione”

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San Domenico, particolare della “Risurrezione”

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Il Convento di San Marco a Firenze

 

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June 2, 2014

Beato Angelico: i fiori e le stimmate di Gesù del “Noli me tangere”

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