Adalberto Libera, mio padre

Intervista con Alessandro Libera

di Francesco Andreani e Paolo Mattei

Alessandro Libera individua nella vita di suo padre, Adalberto Libera, un momento critico, un passaggio sofferto, che condusse il celebre architetto a ripensare radicalmente i fondamenti e le ragioni del proprio mestiere. Se fino alla Seconda guerra mondiale il suo stile era stato profondamente informato da una concezione idealistica del mondo, dopo gli eventi bellici sarà la parola “corretto” a connotare il suo “modus operandi”. Si potrebbe parlare di una sorta di “conversione alla realtà” che, naturalmente, si rende evidente nelle opere realizzate in seguito alla tragedia del conflitto.

Parlare di Adalberto Libera con il figlio Alessandro è una bella sorpresa, perché nelle sue parole il naturale affetto per la figura paterna non ostacola in alcun modo la lucidità del giudizio critico intorno al grande professionista conosciuto in tutto il mondo. E, quanto al giudizio critico, le competenze dell’ingegnere e architetto Alessandro sono indiscutibili.

Lo abbiamo incontrato nella sua casa romana e gli abbiamo posto alcune domande.

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“Scuola elementare Raffaello Sanzio”, Trento, 1931-34

Quando Alessandro si è accorto chi era Adalberto Libera?

Quando ero bambino non mi ero reso conto granché della persona che avevo davanti… Incominciai a capire qualcosa quando anch’io iniziai a lavorare un po’ con lui. Ero bravo a fare i modellini e mio padre mi coinvolse nel progetto del Palazzo della Regione a Trento. Mi fece realizzare il plastico di due grandi “mani” – due strutture articolate a forma di mani – che avrebbero dovuto reggere, come unici punti d’appoggio, il grande corpo di fabbrica lungo ottanta metri, che era l’area di rappresentanza. Ebbi l’occasione di seguire l’evoluzione, sofferta, di queste due forme, di queste sculture, come tali non geometricamente controllabili… Lo fecero soffrire perché si rendeva conto di non essere uno scultore e quindi di non saperle governare. A un certo punto qualcosa gli “girò” nel cervello e così passò alla nota struttura dell’ellissoide con i due puntoni laterali: geometricamente perfetta, ineccepibile, ma profondamente diversa da quanto aveva immaginato prima. Tra l’altro, l’intero Consiglio comunale della città di Trento, che aveva apprezzato moltissimo il progetto delle “mani”, rimase molto deluso quando fu ufficialmente comunicato che l’architetto Libera aveva cambiato la struttura del progetto originario con questi due ellissoidi. La vita di un architetto è molto difficile quando deve decidere per una soluzione o un’altra.

Lei, quindi, realizzando questi modelli, conobbe meglio suo padre…

Sì. Però non appena mi resi conto della sua statura professionale, mi tirai indietro, come fanno quasi tutti i figli di grandi personalità. Quando conseguii la licenza liceale, mio padre mi chiese a quale facoltà universitaria mi volevo iscrivere. Al sentirsi rispondere “Ingegneria!” accennò un sorriso un po’ triste, mostrando comunque di approvare la decisione. In realtà ci rimase malissimo. Sperava di sentirsi rispondere “Architettura!”, desiderava che vi fosse continuità tra padre e figlio. Poi, in effetti, in un secondo momento, dopo la laurea in ingegneria ho conseguito anche la laurea in Architettura… La continuità, quindi, c’è stata, ma lui ormai non c’era più.

Le sue parole sembrano suggerire i tratti di un uomo familiare…

Era una persona attaccata alla realtà. Era molto disposto al buon senso. Aspirava a fare le cose in modo “corretto”. Proprio così, “corretto”, usava molto questa parola. A tal proposito bisogna osservare che c’è una differenza sostanziale tra l’attività svolta da Adalberto Libera prima della guerra e il suo lavoro dopo la guerra. Due personaggi profondamente diversi hanno vissuto nello stesso corpo. I cinque anni della seconda guerra mondiale hanno segnato profondamente la sua personalità.

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“Scuola elementare Raffaello Sanzio”, Trento, 1931-34

In che senso?

Durante il periodo bellico rimase bloccato in Trentino, a Villa Lagarina, dove c’era la casa di famiglia. Non poteva far altro che concentrarsi su sé stesso e pensare. Tra gli schizzi realizzati in quel periodo ve ne sono di emblematici di un mutamento in atto. Alcuni di essi rappresentano il movimento di una persona in una cucina. Da lì si capisce che Libera in quel periodo andava affrontando problemi come il rapporto uomo-casa, uomo-città. Andava comprendendo come l’esigenza di razionalità in architettura fosse difficilmente risolvibile in termini ideali o teorici. L’idealismo tedesco, di cui era impregnata la cultura di allora, non era in grado di rispondere all’urgenza di tornare a fare i conti con la realtà, che non è costituita da idee preconcette, ma è fatta di territorio, di strutture concrete, di persone con i loro bisogni. Tutto questo si è chiarito nella mente di Adalberto Libera durante la terribile guerra.

Si avvicinava a una specie di nuovo realismo?

Sì, forse si può anche parlare di nuovo realismo… Però, come dicevo, Libera usava spesso l’aggettivo “corretto”. Aveva messo definitivamente da parte la visione idealistica dell’architettura, perché aveva capito che era un sogno. L’architettura non doveva essere realizzata “idealisticamente”, ma “correttamente”. Solo in pochi casi, alcuni grandi architetti erano in grado di metterci quel “qualcosa in più” di importante. Ma si trattava di rare eccezioni.

Questo cambiamento di prospettiva scaturisce probabilmente dalla tragedia della guerra, che inizia sempre con l’esaltazione di valori assoluti dei quali poi inevitabilmente rende evidente gli aspetti mostruosi…

Senz’altro è così. I valori assoluti sono una specie di religione. Fu il passaggio da un mondo strutturalmente religioso – che aveva avuto nell’idealismo tedesco la sua ultima definizione teoretica – a un mondo in cui non esistevano più punti fissi, e senza punti fissi è difficile andare avanti. Insomma, Libera affrontò in quel periodo di “confino” a Villa Lagarina il sofferto passaggio dall’“entusiasmo” alla “razionalità”. I primi anni di lavoro – il decennio Trenta-Quaranta – furono gli anni dell’entusiasmo idealistico. Quando l’entusiasmo fu spento dalla presa di coscienza di quanto era successo in quegli anni di guerra, il modo di affrontare non solo i problemi sociali, ma anche il mestiere dell’architetto, cambiò completamente.

In quel decennio il “dominus” dell’architettura in Italia era Marcello Piacentini…

Sì, lui in prima persona affidava la realizzazione di alcuni lavori agli elementi della sua scuola che riteneva i più capaci, come Libera, Mario Ridolfi e altri. Libera ebbe un successo incredibile con il Sacrario dei martiri, nella Mostra della Rivoluzione Fascista del 1932, una visione onirica di grande effetto. Con questa immagine entrò nel mondo di Mussolini&c. Con ciò non si può dire che Libera fosse un architetto fascista… In realtà è sempre stato fondamentalmente socialdemocratico.

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“Mostra del decennale della Rivoluzione fascista”, Roma, 1932

Per fortuna oggi non c’è più questo pregiudizio che collega indistricabilmente arte e politica…

Infatti. Quello fu solo il punto di partenza della sua attività. Vinse in collaborazione con Mario De Renzi il concorso per i padiglioni italiani dell’Esposizione mondiale di Chicago nel 1933, e dell’Esposizione mondiale di Bruxelles nel 1935, poi il concorso per l’allestimento della Mostra delle colonie estive e dell’infanzia al Circo Massimo a Roma, nel 1937… Li vinse perché era bravo e apprezzato. Tutto questo andò avanti per alcuni anni. In uno scritto, parlando di sé e degli altri giovani architetti, dice: «Siamo rimasti chiusi per un decennio dentro questo pacchetto di mostre e concorsi…». Non gli facevano fare molto altro di più. Possiamo dire che, prima della guerra, ci sono state due tipologie di lavori parallele: da un lato, le grandi mostre ed esposizioni che hanno evidenziato un certo tipo di presenza e di valore; dall’altro, le vere e proprie architetture realizzate, molto interessanti, che vanno dalle scuole elementari in piazza Raffaello Sanzio a Trento, tra il ’31 e il ’34, all’interessantissima e pochissimo valorizzata Casa del Balilla a Porto Civitanova Marche, del ’35. E, ovviamente, il Palazzo dei Congressi a Roma…

Ha fatto cenno a Ridolfi. Lui e Libera erano veramente amici?

Beh, direi proprio di sì. Vi racconto un aneddoto. Mio padre da giovane era un po’ presuntuoso… Del resto, con la madre marchesa, viveva in un certo tipo di mondo. Era sempre inappuntabile, ben vestito… Arrivato qui a Roma, all’Università, incontrò gente di tutti i tipi. Allora chiese in Facoltà chi fosse «il migliore della scuola», pronunciando la domanda con la sua erre moscia, alla francese, distintivo fonico di nobiltà. Gli risposero: «Mario Ridolfi». Allora andò a casa sua, in un palazzo nella zona di via Appia Nuova, sesto piano senza ascensore. Salì le scale a piedi fino al sesto piano e suonò al campanello. Ridolfi aprì la porta e, trovandosi di fronte questo giovane ben vestito, lo guardò incuriosito. Si sentì chiedere a bruciapelo: «Tu sei Mario Ridolfi?». «Sì, sono io», rispose lui. Allora Libera esclamò: «Mi hanno detto che tu sei il migliore del corso… Ti devo battere!». Ridolfi – che avrebbe raccontato spesso l’episodio nel corso degli anni successivi, ogni volta con un gran ridere –, rispose strabuzzando gli occhi: «E ti sei fatto sei piani di scale per venirmi a dire ’sta stupidaggine?». Così nacque il rapporto fra i due. Si rispettavano, pur avendo capito subito, da quel primo incontro, di essere profondamente diversi.

E quali altri artisti e personalità frequentava suo padre?

Era molto amico di Moretti, Montuori Monaco e Luccichenti. Moretti e Luccichenti erano due geni nella gestione dei rapporti e delle relazioni sociali, che dopo la guerra gli permisero di entrare in ambienti a lui estranei. Fu grazie a loro che, per esempio, progettò la zona est del Villaggio Olimpico di Roma per le Olimpiadi del ’60.

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“Progetto per il piano di Aprilia”, 1936

Suo padre invece non era un grande gestore di rapporti professionali e politici…

Beh, non era la sua specialità. Certo, è stato il segretario del Movimento italiano per l’architettura razionale, ha comunque rappresentato un punto di riferimento per molti, ma da qui a sapersi proporre come progettista ce ne passa. Eppure è riuscito a realizzare delle cose grandi, come il Palazzo dei Congressi di Roma. Quando tornò nella capitale dopo la guerra non aveva lavoro – era un momento difficilissimo. Fu aiutato da Marcello Piacentini e da Arnaldo Foschini, che, apprezzandolo molto, gli affidarono un incarico di responsabilità del settore progettuale dell’Ina-Casa. Così poté portare avanti le ricerche sull’architettura corretta che aveva incominciato a produrre durante la guerra.

Quali i grandi maestri internazionali che stimava?

Aveva un’ammirazione assoluta per Ludwig Mies Van der Rohe, lo considerava il più grande. Già nel ’27 mio padre inviò il progetto di un piccolo albergo di montagna al Werkbund di Stoccarda. Van der Rohe lo apprezzò molto e lo mise in esposizione.

L’idea della “correttezza” di cui parlava prima fa venire alla mente il libro che Nervi pubblicò nel 1955, intitolato “Costruire correttamente”… Che cosa pensava Libera di Nervi?

Mio padre lo apprezzava molto perché diceva che era un architetto istintivo, in grado di fare opere notevoli. Però bisogna ricordare che Nervi ha spesso anche “attinto” a progetti altrui… Il Palazzetto dello Sport di Roma è in realtà un progetto dell’architetto Vitellozzi e non, come si legge dappertutto, di Nervi…

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“Progetto per l’Auditorium di Roma”, 1935

A proposito del rapporto architetto-committente, ci può parlare allora della vicenda Villa Malaparte?

Mi colpisce Cesare De Seta quando, con grande sicurezza, scrive: «Villa Malaparte a Capo Massullo, Capri, inaugurata nel ’43 e attribuita ad Adalberto Libera, è invece opera del suo proprietario, lo scrittore toscano Curzio Malaparte…». Io naturalmente non ho le certezze di De Seta, e non riesco a credere a questa versione. Sono tutte affermazioni senza alcun riscontro storico. Comunque una cosa è certa, i capresi detestavano Malaparte per quello che aveva scritto sull’isola e i suoi abitanti – ebbe a definirli dei depravati, eccetera eccetera – e infatti quando volle costruire la sua villa non gli permisero di far transitare sull’isola i materiali da costruzione. I materiali dovettero essere trasportati tutti per mare, con le barche. Comunque, mio padre e Malaparte si ritrovavano spesso in una trattoria al centro di Roma, una di quelle trattorie con i tavoli apparecchiati con tovaglie di carta, come usava una volta, a ragionare sul progetto della villa di Capri. Parlavano a lungo e poi facevano degli schizzi sulla tovaglia di carta. Mia madre avrebbe poi conservato per un certo periodo tre di quelle tovaglie disegnate. Purtroppo, dopo la guerra, tra un trasloco e l’altro, sono andate perdute. Evidentemente, quindi, c’è stato un incontro molto significativo tra due pensieri forti, un incontro importante. Ma vi invito a immaginare una possibile scena: Curzio Malaparte dice ad Adalberto Libera che gli piacerebbe avere nella sua villa una “scalinata verso l’infinito”. Bene, un conto è dirlo, un conto è poi disegnare e progettare quella scalinata triangolare che davvero si spalanca verso l’infinito… A ognuno il suo, direi.

Che cosa è importante ricordare e tramandare della storia e del pensiero di suo padre?

Sicuramente quello che ho detto prima: insegnare un modo corretto di fare architettura, anche se lui era convinto che l’architettura non si potesse insegnare dalle cattedre universitarie… Certo, il mondo è molto cambiato dai suoi tempi… Oggi ci sono tantissimi architetti che non hanno lavoro perché il lavoro non c’è. C’è tutto un sistema formativo da ripensare dalle fondamenta. Questa è la realtà italiana oggi, e anche oggi, come allora, occorre ricominciare dalla realtà. Le idee, ancorché suggestive e affascinanti, che elaboriamo, devono trovare un riscontro nella realtà, altrimenti precipitiamo ancora una volta nel formalismo.

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“Progetto per il Palazzo dell’Acqua e della Luce all’Eur 42 di Roma”, 1939

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“Progetto del Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi all”Eur 42 di Roma”, 1937

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“Progetto del Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi all”Eur 42 di Roma”, 1937

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“Progetto per l’allestimento della prima Mostra della razza”, 1942

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“Progetto per il Mausoleo ad Ataturk ad Ankara”, 1942

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“Progetto di padiglione per la società Terni”, 1948

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“Palazzo delle Poste in via Marmorata a Roma”, 1933

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“Palazzo delle Poste in via Marmorata a Roma”, 1933

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“Palazzo delle Poste in via Marmorata a Roma”, 1933

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“Palazzo delle Poste in via Marmorata a Roma”, 1933

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“Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi di Roma”, 1938-54

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“Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi di Roma”, 1938-54

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“Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi di Roma”, 1938-54

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“Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi di Roma”, 1938-54

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“Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi di Roma”, 1938-54

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“Palazzine a Ostia Mare”, 1932-34

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“Palazzine a Ostia Mare”, 1932-34

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“Palazzine a Ostia Mare”, 1932-34

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“Palazzine a Ostia Mare”, 1932-34

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“Palazzine a Ostia Mare”, 1932-34

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“Palazzine a Ostia Mare”, 1932-34

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“Villa Malaparte”, Capri, 1943

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“Villa Malaparte”, Capri, 1943

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“Villa Malaparte”, Capri, 1943

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“Villa Malaparte”, Capri, 1943

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“Villa Malaparte”, Capri, 1943

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“Villa Malaparte”, Capri, 1943

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“Villa Malaparte”, Capri, 1943, schizzo

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“Villa Malaparte”, Capri, 1943, schizzo

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“Palazzo della Regione Autonoma Trentino-Alto Adige a Trento”, 1954

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“Palazzo della Regione Autonoma Trentino-Alto Adige a Trento”, 1954

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“Palazzo della Regione Autonoma Trentino-Alto Adige a Trento”, 1954

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“Palazzo della Regione Autonoma Trentino-Alto Adige a Trento”, 1954

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“Cattedrale di Cristo Re a La Spezia”, 1956

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“Cattedrale di Cristo Re a La Spezia”, 1956

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“Cattedrale di Cristo Re a La Spezia”, 1956

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“Cattedrale di Cristo Re a La Spezia”, 1956

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April 22, 2014